Repressione – Locatelli (PRC – SE): siamo dalla parte della NO TAV Nicoletta Dosio posta agli arresti domiciliari. Adesso denunciateci tutti per favoreggiamento

22 Set

siamotuttinotavEzio Locatelli, segretario provinciale di Torino e membro della segreteria nazionale Prc-Se, ha dichiarato:

Tutto procede nella più completa cecità burocratica giudiziaria. La disobbediente No Tav Nicoletta Dosio è stata posta questa mattina agli arresti domiciliari per non avere ottemperato all’obbligo di dimora nel comune di Bussoleno per delle ipotesi di reato risibili riferite a proteste e contestazioni di un anno fa. Nicoletta , in questo periodo, ha partecipato a diverse iniziative di discussione – tra cui la Festa Nazionale di Rifondazione Comunista di Firenze –   sulle ragioni della lotta No Tav in Valsusa e anche a sostegno della campagna per il No allo stravolgimento della Costituzione nata dalla lotta di Liberazione.  L’aggravamento delle misure restrittive disposto dall’autorità giudiziaria di Torino ha il sapore di un atto vendicativo visto che viene motivato con “l’entità del numero e della frequenza delle violazioni, le quali evidenziano una personalità estremamente negativa, intollerante delle regole e totalmente priva del minimo spirito collaborativo”.  A Nicoletta la solidarietà piena e incondizionata di Rifondazione Comunista. Disobbedire contro misure ingiuste e ingiustificate non è reato! Adesso denunciateci tutti per favoreggiamento.

Torino 22 settembre 2016

Nuova amministrazione di Torino: una svolta di facciata. Il cambiamento è ancora tutto da costruire

21 Set

pubblicato sul periodico Lavoro & Salute

dscf2358di Ezio Locatelli*

Non c’è dubbio, Chiara Appendino, diversamente dalla sua collega Virginia Raggi, in questo primo scorcio di amministrazione comunale ha saputo suscitare una certa simpatia. Sarà per via del pedigree, l’appartenenza a una famiglia di industriali,  di sicuro la nuova sindaca “non spaventa i poteri e gli imprenditori della città”, come ha avuto modo di osservare un giornale cittadino. Anzi, in queste settimane sono piovuti elogi a non finire da parte del presidente Fca, della Confindustria, della Curia. Il loro non è il classico buon viso a cattivo gioco. Semplicemente hanno capito che la nuova sindaca di Torino si atterrà al buon governo della città, senza pericolose finalità di cambiamento, senza contrapposizioni nette al modello di sviluppo perseguito in questi anni dal suo predecessore Piero Fassino.

Aspettiamo i fatti, dicono gli elettori speranzosi. Ma intanto il programma di governo locale parla chiaro. Al di là di qualche sprazzo in tema di urbanistica (il proposito di privilegiare la manutenzione dell’esistente, di realizzare piccole e non grandi opere, di riqualificare le periferie) il resto sono per lo più parole e proposte da economia aziendale, indistinguibili da qualsiasi programma di centrodestra o centrosinistra. Lo ha sottolineato il più autorevole quotidiano di riferimento della borghesia italiana, il Corriere della Sera, in un articolo di quest’estate dove si parla della “tattica del doppio binario” adottata dalla sindaca di Torino. Su un binario le sortite simboliche volte a sostenere la dieta vegana, gli incentivi in busta paga per chi andrà al lavoro in bici, i tagli dello staff e dei relativi stipendi. Sull’altro binario le scelte di peso che hanno l’impresa come riferimento. Spiega Lidia Mattioli, presidente dell’Unione Industriale: “mi pare che le esagerazioni della campagna elettorale siano state messe da parte e prevalga un atteggiamento pragmatico. Nulla è stato bloccato”. Il riferimento è alla linea di Alta Velocità Torino-Lione, agli impegni per la Città della Salute, alla priorità per le misure volte ad attrarre investimenti d’impresa.

Sta di fatto, per tornare al programma di governo locale, che non c’è alcuna proposta a garanzia di alcuni diritti fondamentali come il diritto al lavoro, alla casa, ai mezzi di sussistenza, nessun piano per la sicurezza sociale. Una mancanza che inficia tutto il resto. Torino ha vissuto in questi anni una gigantesca spoliazione industriale e sociale che si è tradotta in un aumento della disoccupazione (la disoccupazione giovanile è al 49,9%), della precarietà (i posti fissi tra il 2008 e il 2014 sono dimezzati), in una riduzione del reddito medio e dei consumi negli ultimi quattro anni rispettivamente del 15,7% e del 17,9%. Un aumento della disoccupazione, povertà, precarietà che ha ridotto drasticamente l’accesso ai diritti di cittadinanza. Si può pensare che questo accesso sia garantito semplicemente tramite il web – la nuova fenomenologia della partecipazione fatta di opinionismo disseminato, pulviscolare, indeterminato sul piano dei valori – come vorrebbe far credere il M5S? No di certo. Il lavoro e la condizione sociale sono i punti di leva fondamentali per una società realmente libera e democratica.

Per questo una compagine amministrativa, con l’ambizione di incidere sugli equilibri sociali, dovrebbe assumere come priorità l’adozione di un piano per il lavoro e la sicurezza sociale, l’adozione di misure di equità sociale. Dovrebbe stimolare una domanda di “beni comuni” legati alla riqualificazione degli spazi urbani, ai bisogni sociali, alla conoscenza, all’ambiente, alle energie rinnovabili come altrettanti campi di nuova occupazione qualitativa per una diversa idea di sviluppo. Dovrebbe muovere da una idea di giustizia redistributiva tramite la leva fiscale, l’accessibilità ai servizi pubblici, l’esigibilità dei diritti sociali e tutti quegli interventi che funzionano da “salario indiretto”. Di tutto questo non c’è nulla. Prevale un approccio general generico, l’idea di interventi residuali, l’idea vecchia degli incentivi alle aziende come volano di una ripresa sociale. Non uno straccio di proposta che metta in discussione la crescita delle disuguaglianze sociali.

Ed ancora in questi anni si è attaccato e ridimensionato il lavoro pubblico, l’assistenza, i servizi educativi, il trasporto pubblico locale con una logica che pervicacemente è andata nel senso di ridurre il perimetro dell’intervento pubblico e dello Stato Sociale. Sarebbe necessario invertire questa tendenza., riconquistare i beni e gli spazi occupati dal mercato. E’ troppo chiedere che sia spesa qualche parola chiara, di contrarietà, rispetto ai tagli sociali e ai processi di privatizzazione? Forse è davvero troppo vista l’eterogeneità di una compagnie amministrativa che vede uomini e donne di svariata provenienza (centrodestra, Lega, Pd, sinistra) e cultura politica, di una compagine che si presta volutamente a letture e interpretazioni ambivalenti almeno fin tanto che sarà messa di fronte alle proprie responsabilità.

Se è bene che Fassino, con le ultime amministrative, abbia perso e con lui una fetta del Pd renziano, è altrettanto vero che bisogna evitare di scambiare lucciole per lanterne. La sindaca Appendino, per restare ancora a quanto autorevolmente scritto dal Corriere della Sera, più che un’alternativa è “un’alternanza tra due segmenti di classe dirigente” chiamati a definire un nuovo baricentro di potere. Di sicuro, com’é stato in tutti questi anni, continua a non esserci la rappresentanza del mondo del lavoro, così come delle classi sociali meno abbienti, delle fasce sociali più deboli. La sinistra deve tornare a fare questa parte nelle battaglie per il diritto e la dignità del lavoro, il diritto alla casa, alla salute, nelle lotte alle disuguaglianze, per il diritto alla cittadinanza sociale di tutte e tutti. L’alternativa post liberista è tutta quanta da costruire.

 

*segretario provinciale di Rifondazione Comunista Torino

MUTAMENTO SOCIALE, RIFONDAZIONE DELLA POLITICA

20 Set

dscf2361Festa Nazionale di FirenzeIncontro seminariale con i segretari di Circolo, provinciali, regionali di Rifondazione Comunista  dell’11 settembre 2016
Introduzione di Ezio Locatelli, segreteria nazionale, responsabile organizzazione Prc-Se

Grazie ai compagni e alle compagne che hanno raccolto l’invito ad essere presenti a questo momento di riflessione. Il tema è come sia possibile uscire in positivo dalla crisi che investe il modo di intendere e di fare la politica, con particolare riferimento alla crisi della forma partito. Terremo tra non molto il X Congresso nazionale di Rifondazione Comunista. L’auspicio è che la discussione odierna, una discussione che facciamo in forma aperta, interlocutoria, possa rappresentare un’utile tappa di avvicinamento a questo nostro Congresso ma, più in generale, un’occasione di approfondimento sul processo di rifondazione di cui necessita la sinistra nel suo insieme, parlo ovviamente di quella sinistra che non ha rinunciato ad una prospettiva di alternativa e di trasformazione sociale.dscf2380
Dico subito che nell’affrontare il tema non abbiamo bisogno di far ricorso a mezzi termini. La portata dei mutamenti di questi anni dei processi di produzione, dei rapporti sociali, delle forme istituzionali della rappresentanza è di tale ampiezza da segnare un vero e proprio passaggio d’epoca. Ciò che è venuto a mancare in questi anni è una corrispondenza tra i mutamenti intervenuti e le forme, le modalità dell’agire politico. Il senso di spiazzamento, di impotenza, di frustrazione presente nella sinistra deriva anche da questa mancata corrispondenza, – con corrispondenza non voglio certo dire rispecchiamento – dall’incapacità di elaborare e di compiere un vero e proprio salto di paradigma politico.
Su questo punto bisogna intendersi. Parlare di nuovo paradigma non significa certo la messa in discussione dell’esistenza di organismi di azione collettiva. Come ben sappiamo per i capitalisti le cose funzionano diversamente. I capitalisti che si organizzano per imporre la cultura d’impresa, come cultura di governo, possono benissimo fare a meno di questi organismi. Possono avvalersi, com’è avvenuto in questi anni, di partiti leggeri, personali, al sevizio dei leader. Di partiti populisti. Sono d’accordo con Aldo Bonomi quando dice “il populismo come forma della politica della crisi si alimenta della lotta di classe dall’alto e del conflitto impolitico frammentato dal basso”. I capitalisti possono avvalersi di queste forme perché dietro c’è la forza pesante del denaro, dei capitali, della proprietà dei mezzi di produzione e di comunicazione. C’è la potenza di fuoco di una organizzazione e di una forza materiale.
dscf2364C’è un altro punto che vorrei richiamare per capire ciò che è avvenuto. Il capitalismo sopravvive a se stesso, alla sua crisi sistemica, grazie anche alla dispersione dei suoi antagonisti. Il fenomeno è stato analizzato quindici anni fa da Zygmunt Bauman in “modernità liquida”, di cui cito un passaggio significativo: “la disintegrazione di efficienti organismi di azione collettiva … è al contempo una condizione e il risultato della nuova tecnica del potere”. E più oltre: “Qualsiasi rete densa e fitta di legami sociali e in particolare una rete profondamente radicata nel territorio è un ostacolo da eliminare”. Questo, esattamente, è quanto avvenuto in questi anni, soprattutto con l’emergere di una vocazione totalitaria del capitalismo finanziario. È  avvenuto in vari modi e su diversi piani. Sul piano dello scontro sociale, innanzitutto, che nell’epoca del ripristino del primato dell’economia capitalistica, della “lotta di classe dopo la lotta di classe”, ha mirato ad una sistematica destrutturazione del mondo del lavoro, a distruggere le basi materiali di una coscienza e di una volontà collettiva. È  avvenuto altresì sul piano dell’alterazione di qualsiasi pratica democratica, della tendenziale privatizzazione delle istituzioni. Gli economisti di J.P. Morgan lo hanno detto apertamente: perché il neoliberismo possa sopravvivere la democrazia deve dissolversi. Come avete visto abbiamo aperto con questa festa la nostra campagna per il NO alla manomissione della Costituzione. Questa manomissione non è semplicemente un problema di tecnica giuridica. Trattasi di un’operazione, ultima in ordine di tempo, con un segno di classe preciso – come testimonia, tra gli altri, il SI di Marchionne e di tutto il padronato – volta ad una riappropriazione di potere da parte delle classi dominanti sotto le mentite spoglie della modernizzazione.
Per dire di quale modernizzazione stiamo parlando faccio ricorso ancora alle parole di Bauman: “rappresentare i propri membri come individui è il marchio di fabbrica della società moderna”. Spietata la traduzione politica di questo assunto che fece Margaret Thatcher: “Non esiste la società, esistono gli individui”. Con ciò si affermava la volontà di attuare la privatizzazione delle relazioni sociali. Non penso ci sia bisogno di aggiungere altro per dire di una guerra di classe dell’alto contro il basso che negli ultimi trent’anni si è posta l’obiettivo di disgregare le classi subalterne, di privarle di una rappresentanza autonoma e, in questo contesto, di operare per la fine delle forme partecipative, tra queste la democrazia dei partiti. Va riconosciuto: obiettivo grandemente raggiunto. Che fare per cercare di uscire da questa situazione?
Uno che in maniera apparentemente trasgressiva attinge a piene mani al mondo postfordista fluido, individualizzato, che proclama la necessità di liberarsi dall’ingombro dei partiti, del sindacato, dalle identità predefinite, che prospera sulla disintegrazione della rete sociale è il capo del M5S, Beppe Grillo. Mi colpì molto due anni fa il suo esordio ad un comizio in Valsusa quando disse: “giù le bandiere No Tav”, per dire: abbassate ogni bandiera che non sia quella del M5S. Anche il suo è un cambio di paradigma politico ma un cambio funzionale al pensiero neoliberista che lavora allo svuotamento dello spazio pubblico e al superamento di ogni linea di demarcazione tra destra e sinistra con tutti i pasticci e le contraddizioni del caso, come sta emergendo al Comune di Roma.  Al posto della democrazia dei partiti, degli agglomerati sociali, delle strutture collettive quella praticata dal M5S è l’idea dei cittadini interconnessi dalla rete. È la cosiddetta democrazia digitale che fa apparire come superfluo il piano dell’impegno collettivo. Ridursi a parlare di individui, della loro libertà di scelta, significa parlare di una sola e unica condizione sociale col risultato di non vedere più classi differenziate per condizione sociale, aggregabili in una causa comune, significa – lo si voglia o meno – consegnarsi ai poteri forti, agli interessi privati.
Ora io penso che queste linee di tendenza vadano contrastate, combattute. Vale più che mai quanto diceva Antonio Gramsci: la rivoluzione è legata alla capacità di unire, anzi di unificare le masse sottraendole all’atomizzazione e alla dispersione in cui le riduce sistematicamente il capitalismo. Per questo penso che mettere insieme, giorno dopo giorno, i tasselli di resistenza civile e culturale, riorganizzare le forze per una rifondazione comunista, costruire una soggettività unitaria della sinistra antiliberista rappresenti un impegno fondamentale, di grandissima attualità, se non si vuole parlare a vuoto.
In che cosa consiste allora il cambio di paradigma politico di cui dicevo all’inizio? Anche se col rischio di un eccesso di semplificazione credo che consista essenzialmente nell’agire una critica alla separatezza della politica per come è venuta avanti in questi anni. Per dare conto di quanto pesi questa separatezza mi rifaccio alla fotografia fatta da Demos nel suo ultimo rapporto annuale. Una fotografia impietosa che dice di una fiducia riposta nei partiti ai minimi termini, il 5% degli intervistati, di appena il 10% nei confronti del Parlamento di contro all’85% di fiducia a Papa Bergoglio e al 68% di fiducia alle forze dell’ordine. E ancora: il 48% degli elettori considera che la democrazia può funzionare senza partiti di contro al 45% che pensa il contrario e a un 7% che non risponde. Una crisi di fiducia e di credibilità della politica cui siamo dentro tutti fino al collo. Anche la sinistra nelle sue diverse sfaccettature. Tante le motivazioni: dissoluzione dei grandi progetti di trasformazione, subalternità agli interessi dominanti, abbandono del terreno dello scontro sociale sul terreno dei bisogni materiali, resa ad uno scenario liquido di sconfitta e di dissoluzione dei grandi aggregati sociali. Una resa che ha avuto nel parlamentarismo, nelle istituzioni, nella “mediatizzazione” della politica – la politica fatta in televisione – il sostituto fittizio della sovranità popolare e dell’agire sociale.
Limiti ed errori soggettivi ma senza perdere di vista i problemi oggettivi attinenti ad una perdita di legittimazione dei partiti e dei sindacati. Una perdita originata dalla impermeabilità, opposta dagli apparati politici e burocratici, alle domande e ai bisogni sociali. Apparati con una connotazione sempre più oligarchica dove la politica è espressione del denaro, del potere, del privilegio. Risultato: una separazione ed una distanza sempre più grande tra i luoghi e le figure della rappresentanza ed i luoghi e le istanze della vita, le istanze di giustizia e di eguaglianza sociale. Ecco, una rinascita della sinistra deve essere pensata in questo quadro in cui è ormai aperta una questione di legittimità del sistema, in cui la democrazia rappresentativa, le istituzioni hanno mutato natura e logica di funzionamento
Per questo, più che ad una organizzazione concepita per gestire i processi istituzionali – questo il limite di Sinistra Italiana che non la porterà da nessuna parte – noi dobbiamo puntare a riguadagnare per il nostro partito e più in generale per la sinistra, una funzione organizzatrice, di aggregazione politica, di formazione di un orientamento di massa. In che termini? Investendo sulla ripresa di un movimento di lotta politica, sociale, culturale che rompa con i luoghi comuni e i depistaggi, che rovesci la crisi su chi la produce. Investendo sulla ricostruzione di relazioni sociali, su pratiche di resistenza e solidarietà come fondamento di una politica di trasformazione. Io credo che sia questa la domanda. Far agire le idee nella realtà come mi sembra in un certo qual modo si è visto nella risposta di grande solidarietà  nei confronti delle popolazioni colpite dal recente terremoto, tra cui la risposta messa in campo dalle Brigate di Solidarietà. Certo anche in forme spurie, prepolitiche ma non per questo meno significative. C’è bisogno di una sorta di comunismo allo stato pratico  che ci definisca come coloro che nel modo di lottare, di organizzarsi  già affermano principi alternativi di egualitarismo, di solidarietà, di giustizia.
Il che, sia detto, non significa sprofondare nell’autonomia del sociale, rinunciare ad essere presenti nelle istituzioni, a battersi per una loro democratizzazione. Questo sarebbe un altro modo di essere subalterni. Il problema semmai è riguadagnare tutta la diversità di una presenza critica volta a favorire l’apertura di spazi di movimento, partecipazione, autorganizzazione, a contrastare per questa via la forza dissolvente di un rapporto di pura rappresentanza.
Concludo: la condizione con cui dobbiamo misurarci oggi non è la scomparsa dell’area del dissenso, del rifiuto, dell’antagonismo ma la sua dispersione e la sua spoliticizzazione. Un’area che di per sé non riesce a rappresentare un programma, una forza definita. È in ragione di ciò che dobbiamo tornare a considerare prioritario il lavoro di ricomposizione e politicizzazione del sociale. Un lavoro di lunga lena sapendo che nell’attuale situazione di crisi-mutamento non ci sono autostrade aperte da percorrere. Tuttavia un lavoro che va fatto con forza di volontà, fiducia, progettazione. Sono convinto, infatti, che nonostante le apparenze stiamo vivendo un momento di possibilità, stiamo vivendo l’inizio della dissoluzione di un sistema che ha fallito. In questa situazione non c’è ragione di scoraggiarsi, dobbiamo tornare ad essere utopisti – utopisti con i piedi ben piantati per terra – senza vergogna. Il che significa, oltre ad avere spirito unitario ed un grande senso di apertura, salvaguardare e far valere anche la nostra diversità di comuniste e comunisti, impegnati a dare una risposta di civiltà, di futura umanità, senza timidezza o chiusura alcuna. Oggi, più che mai, vale il detto: continuons le combact.

Una manifestazione di ottusità politica l’imbrattamento della sede di Rifondazione Comunista di Torino

3 Ago

WP_20160801_002Pensavamo fosse una provocazione legata ad ambienti di destra camuffata con una sigla anarchica, come spesso è accaduto nel passato. Ed invece no, le scritte che hanno imbrattato la sede provinciale di Rifondazione Comunista sono state fatte e rivendicate dalla Federazione Anarchica Torinese. Sono scritte contro il WP_20160801_001governo greco e contro deportazioni e sgomberi che, nelle intenzioni degli autori, fanno parte di una campagna di solidarietà con i greci in lotta, contro le politiche di guerra e di repressione attuate dai vari governi. Bene. Peccato che gli autori, nella migliore tradizione del settarismo più spinto, non abbiano trovato di meglio che prendersela con Rifondazione Comunista. Rammentiamolo: siamo da sempre in prima fila contro la guerra, gli sgomberi, le deportazioni, i fili spinati, i razzismi e quant’altro. Non abbiamo nemmeno mancato, in più occasioni, di solidarizzare con gli anarchici e chiunque altro sia stato ingiustamente WP_20160801_003perseguito per azioni di solidarietà e di lotta per i diritti di cittadinanza di tutte e tutti. Continueremo a farlo. Sia detto anche a titolo informativo: “nostra patria è il mondo intero” è la dicitura scritta sulla tessera 2016 del nostro partito. Detto ciò, lasciatecelo dire: le scritte che hanno imbrattato la sede di Rifondazione Comunista sono una manifestazione di estrema autoreferenzialità e miopia politica il cui unico risultato è di fare il gioco di chi ha come motto il “dividi et impera”. Noi ci battiamo per il cambiamento radicale della società, contro i ricatti e le politiche austeritarie della troika, ma anche contro il settarismo e l’ottusità politica.

Torino, 3 agosto 2016

Segreteria provinciale Prc-Se Torino

Ezio Locatelli (Prc-Se): No alla caccia alle streghe. Siamo con la disobbediente Nicoletta Dosio e con tutti i No Tav

1 Ago

siamotuttinotavLa decisione odierna del Tribunale ordinario di Torino di disporre l’aggravamento del regime cautelare a carico di Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav, ha il sentore di una misura vendicativa e persecutoria. Nicoletta è stata incolpata ad un anno di distanza – lo stesso è accaduto per una ventina No Tav – di aver danneggiato le reti che circondano il cantiere Tav di Chiomonte  a conclusione di una manifestazione popolare. Un atto di protesta trattato dalla Magistratura alla stregua di un atto criminale. Da qui il rifiuto di Nicoletta, motivato pubblicamente, di adempiere all’obbligo di firma disposto dal Tribunale. Un atto coraggioso di disobbedienza civile nei cui confronti il Tribunale di Torino non ha trovato di meglio che rincarare la dose, disponendo l’obbligo di dimora nel comune di Bussoleno e il non allontanamento dalla propria residenza dalle ore 18 alle ore 8 di ogni giorno. La motivazione? Quella di trovarsi di fronte ad “una personalità estremamente negativa, intollerante delle regole e priva del minimo spirito collaborativo”. Rifondazione Comunista esprime tutta la sua vicinanza a Nicoletta e a tutti gli attivisti No Tav. Le regole vanno rispettate quando sono regole, per l’appunto, non angherie. Al Tribunale di Torino chiediamo di ritrattare un provvedimento che sembra dettato da mania persecutoria, da un clima da caccia alle streghe, più che da ragioni cautelari. Basta con la criminalizzazione del movimento No Tav!

Torino, 1 agosto 2016

Ezio Locatelli (PRC – SE): dov’è la lotta alla povertà e precarietà. Appendino più o meno come il centrosinistra e il centrodestra

28 Lug

ezioSiamo esterefatti e anche un po’ arrabbiati nel leggere il programma di governo per la città di Torino 2016-2021 – in discussione oggi nel nuovo Consiglio Comunale – in particolare per quanto riguarda i temi del Welfare, del disagio sociale e della povertà, ovvero quei temi le cui mancate risposte da parte dell’amministrazione comunale precedente hanno segnato profondamente il risultato elettorale alle ultime elezioni amministrative. A leggere questo programma, del tutto indistinguibile da qualsiasi programma di centrodestra o centrosinistra, siamo punto a capo, ne più ne meno come prima, in assenza di risposte minimamente significative in grado di garantire diritti di cittadinanza sociale fondamentali. Nessuna misura di equità sociale,  nessuna menzione a politiche di uguaglianza, nessuna affermazione dei diritti universali, del diritto al lavoro, alla casa, ai mezzi di sussistenza, nessun piano per la sicurezza sociale. Ed ancora, nessuna idea di giustizia distributiva tramite la leva fiscale, dei servizi pubblici, l’esigibilità dei diritti sociali e tutti quegli interventi che funzionano da “salario indiretto”. Prevale un approccio general generico, l’idea di interventi residuali, fondati sul buon cuore del volontariato o su palliativi (il baratto amministrativo, la banca del tempo) non certo sull’assunzione di ruolo e responsabilità da parte dell’amministrazione pubblica. In alcuni casi – nel caso di occupazione di edifici da parte di migranti – si parla addirittura di interventi di ordine pubblico. Lasciatelo dire: non c’è molta differenza tra le politiche di Cota, di Fassino e quelle delineate da Appendino. Sono tutte politiche iscritte nell’orizzonte liberista, sul valore primario dell’impresa e del mercato. Davvero si parte male, molto male. Su questa strada non c’è alcuna possibilità di combattere e vincere le diverse forme di povertà, precarietà,  degrado che hanno caratterizzato negli ultimi anni la città di Torino.  Come Rifondazione Comunista, unitamente a “Torino in Comune – La Sinistra”, continueremo a batterci dalla parte delle classi sociali meno abbienti, delle fasce sociali più deboli, per interventi che rispondano nei fatti alle molte domande di giustizia e equità sociale.

Torino, 28 luglio 2016

Un lavoro di lunga lena

18 Lug

DIRE, FARE RIfO luglio 2016di Ezio Locatelli*

Troppo a lungo la sinistra si è nutrita dell’illusione di aver davanti a sé un’autostrada politica. Per percorrerla bastava solo mettersi insieme, produrre un atto volontaristico, attivare una nuova combinazione ideologica. In altre parole l’illusione era di un soggetto politico alternativo già in essere, quale frutto maturo di una crisi sociale drammatica e di uno slittamento a destra del quadro politico. Come si è visto, alle ultime amministrative, le cose sono andate diversamente. Pure in presenza di una scelta di unità, indispensabile per mettere insieme forze altrimenti deboli e frammentate, la sinistra non è andata al di là di risultati modesti, molto al di sotto della domanda di cambiamento. L’autostrada era sì aperta ma ad imboccarla sono stati altri vettori politici, in primis il “partito” del non voto, della sfiducia, indisponibile a qualsiasi delega e, a seguire, una forza interclassista, né di destra né di sinistra, una forza funzionale al sistema come il M5S.

La sinistra paga lo scotto di un ritardo di consapevolezza e di risposta politica,  il non aver fatto i conti con lo sconquasso causato da trent’anni di riscossa neoliberista, di “lotta di classe dall’alto verso il basso”. Sconquasso dovuto non solo al drastico peggioramento della condizione lavorativa ed esistenziale di milioni di persone ma ai cambiamenti di immaginario collettivo. Il neoliberismo, in tutti questi anni, non si è accontentato di estorcere diritti del lavoro e di cittadinanza sociale. Ha puntato più in alto, alla distruzione della composizione di classe, alla creazione di una massa disorganizzata, non più soggettivata in identità collettive, in cui costringere ognuno a vivere in un universo di competizione e di insicurezza generalizzata. Per quest’obbiettivo andava demolita la cultura della solidarietà e della resistenza, a partire dai luoghi di lavoro. E’ proprio questo quadro di regressione, un quadro popolato di paure e angosce sociali, che spiega gran parte delle difficoltà della sinistra – oltre agli errori soggettivi, l’essere stata parte di un processo di omologazione –  di emergere negli spazi della politica contemporanea e di illusioni fuori luogo. Detto ciò bando alle lamentazioni. Bisogna sapere guardare in faccia alla realtà se vogliamo trasformarla, se vogliamo costruire un movimento contrario alla deriva atomistica.

La condizione con cui deve misurarsi oggi la sinistra non è la scomparsa dell’area del dissenso, del rifiuto,  dell’antagonismo ma la sua dispersione e spoliticizzazione.  Compito della sinistra è la ricomposizione di quest’area, la ricostruzione di relazioni sociali solidali nella crisi. Un compito che passa attraverso la ricostruzione del conflitto sociale, di un movimento di lotta politica, sociale, culturale come lievito per qualsiasi progetto di cambiamento. Insomma se si vuole rispondere alla attuale fase di “crisi organica” dei rapporti sociali e delle egemonie, se si vuole restituire alla sinistra la funzione progressiva di strumento per trasformare la società bisogna smettere di vedere nella manovra politica, nella rappresentanza istituzionale l’asse portante dell’azione politica. A scanso di equivoci: nessuna sottovalutazione dell’importanza di essere presenti alle elezioni, di stare nelle istituzioni – non sottacendo lo svuotamento di rappresentatività del sistema politico -,  solo che questa presenza deve essere agita con una idea della lotta politica dal punto di vista della società, ripristinando il terreno della pratica sociale come terreno centrale, mettendo al centro la difesa dei diritti e della dignità delle persone.

Altro punto essenziale. La riorganizzazione del terreno politico necessita del superamento dell’autoreferenzialità delle singole formazioni di sinistra. Nessuna delle attuali formazioni ha la forza di rispondere da sola all’attacco mortale mosso alle istituzioni della democrazia, dell’eguaglianza, della dignità dei lavoratori, dei rapporti sociali. Di rispondere all’operazione di rottamazione dei valori della Resistenza e della democrazia costituzionale intrapresa dal governo Renzi con la spinta di pesi massimi come Confindustria e Fmi. In un momento come questo bisogna essere molto chiari: serve unità, unità e ancora unità delle forze della sinistra antiliberista. Sapendo di forze con identità variegate, differenti – identità che vanno riconosciute in quanto tali mettendo da parte l’idea irrealistica del partito unico – ma a cui chiedere di convergere su un programma di opposizione comune. Unità segnando una alterità netta, inequivocabile nei confronti dei partiti che hanno la responsabilità di governo, in primis il Pd. Il fatto stesso che la stragrande maggioranza degli iscritti ed elettori Pd sia convinta sostenitrice del progetto renziano di manomissione della Costituzione deve far riflettere, testimonia di una irreversibile degenerazione e metamorfosi politica. Il Pd da tempo non è più un partito di centrosinistra. E’ sempre più un partito personale che volge a destra e, in quanto tale, un avversario politico.

In tutto ciò il Partito della Rifondazione Comunista ha un compito importante da svolgere che non è solo sul piano della difesa sociale e democratica o di battersi, insieme ad altre forze, per ridare respiro a una alternativa politica. Il compito nostro è anche di batterci per una alternativa di società, una società di liberi e eguali, contro ogni forma di sfruttamento e alienazione. Questo il nostro orizzonte strategico che torna a delinearsi in ragione del fallimento del neoliberismo, dell’esaurimento del ciclo vitale del capitalismo. Per questo dobbiamo salvaguardare e far valere la nostra diversità di comuniste e comunisti impegnati a dare un risposta di civiltà, di futura umanità, a farlo senza timidezza o chiusura alcuna.  Nell’attuale situazione di crisi-mutamento non ci sono autostrade aperte, c’è un lavoro di lunga lena da fare. Non c’è ragione di farsi spaventare dalle momentanee difficoltà. Non c’è mai stata in nessun luogo la possibilità di raggiungere un mondo migliore senza avere prima condotto una grande lotta. Continuons le combat.

*segreteria nazionale, responsabile organizzativo Prc-Se