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Firenze 9 settembre 2018 – Festa nazionale di Rifondazione Comunista “Ribellarsi è giusto”

13 Set

 

Assemblea nazionale dei segretari e delle segretarie di circolo, provinciali, regionali Prc-Se

Introduzione di Ezio Locatelli, responsabile nazionale organizzazione Prc-Se

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DSCF5679Penso che la discussione sul tema che ci siamo dati, “costruire l’opposizione, rafforzare Rifondazione Comunista, costruire una sinistra popolare”, non possa che partire dagli orientamenti assunti nell’ultimo Cpn del Partito di metà luglio ponendoci, rispetto a quegli orientamenti, l’obiettivo di fare passi in avanti. Parto da un dato: il sostegno largo di cui gode in questo momento il governo, ben oltre il 50% del Paese, contrariamente a quella che fu la previsione gaudente, molto stupida, di Matteo Renzi di un governo raccogliticcio destinato a vita breve. Quanto successo è l’esatto contrario, un sostegno che è andato crescendo – e si capisce – in virtù di un’opposizione rappresentata per lo più da forze che fanno riferimento all’europeismo liberista, alla politica dei vincoli di bilancio, delle compatibilità. Forze del tutto incapaci di cogliere la gravità della crisi in atto.

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Spoleto 4, 5, 6 Maggio 2018 – Ridefinizione e rilancio della capacità organizzativa e dell’iniziativa politica di Rifondazione Comunista

29 Mag

tessera2018smallIntervento di Ezio Locatelli

Quelli che mi hanno preceduto, in tema di partito, di movimenti reali, sono stati interventi alquanto approfonditi e interessanti. Ora, memori di Marx quando diceva che “non basta interpretare il mondo, bisogna trasformarlo”, credo sia importante che la riflessione sia strettamente intrecciata alle questioni più propriamente pratiche, quelle che più attengono all’organizzazione delle nostre forze. Questioni che vanno affrontate, a mio avviso, avendo chiari due punti preliminari. Mi scuso se sconfino in argomenti già toccati, ma c’è un rapporto di coerenza, un intreccio di pensiero, di compiti di cui tener conto. Primo punto: considero il partito una forma di organizzazione ancora attuale. Il partito nei termini di un’organizzazione permanente di uomini e donne che scelgono di uscire dalla loro solitudine, associandosi. Il partito come arma dei deboli nella lotta contro i forti. Attualissimo Gramsci quando scrive del “dovere dell’organizzazione” e della propaganda di questo dovere come “il discriminante tra marxisti e non marxisti”. Secondo punto riallacciandomi anche in questo ad alcune cose già dette. Noi non stiamo vivendo una fase in cui prevalga l’acquiescenza, stiamo vivendo una fase in subbuglio. Una fase in cui non c’è posto per un partito statico, per gli atteggiamenti consuetudinari. Il partito di cui abbiamo bisogno è un partito in movimento che si confronta con le condizioni date della lotta politica, un partito capace non solo di memoria ma di reinventarsi, di progettare la trasformazione.

Io penso che questi due punti siano fondanti del lavoro che dobbiamo fare circa l’adeguamento della nostra soggettività. Un lavoro non semplice. Penso alla realtà che abbiamo di fronte. Una realtà ancora viva ma scomposta nei suoi aggregati fondamentali, una realtà depoliticizzata che ha grandemente introiettato il rovesciamento del conflitto di classe. Una realtà che deve fare i conti con il disconoscimento, proprio della fase del finanzcapitalismo, di qualsiasi pratica democratica e di rappresentanza delle classi subalterne.

Abbiamo oggi la possibilità di invertire queste tendenze, di andare oltre un impegno di resistenza? Io penso di sì se si guarda al neoliberismo come esperimento fallito, alla voglia di cambiamento radicale che c’è. Certo, non ci sono sbocchi predeterminati, ci sono sbocchi tendenzialmente contrapposti in cui, come diceva Caruso, può succedere di tutto. Ma è proprio per questa ragione che il momento attuale è anche un momento di possibilità in cui ricominciare a fare cose positive, costruttive, innovative con una idea della militanza politica da riscoprire nel suo significato originario, come attività costituente, di ricostruzione di movimenti di lotta, di conflitto sociale, di relazioni sociali e non semplicemente come costruzione di rappresentanza. Tanto più nel momento in cui, come sottolineava Ferrero, il piano della rappresentanza è in crisi.

Dicevo del dovere dell’organizzazione. Questo non ci deve portare ad avere una idea totalizzante del partito, una idea che da tempo non è più in grado di rispondere a una molteplicità di istanze partecipative. Proprio per questo penso che insieme al rafforzamento del partito il problema sia di superamento di qualsiasi forma di autoreferenzialità e separatezza. Per farlo bisogna costruire un intorno sociale, culturale, associativo che dia la possibilità di entrare in rapporto con contributi di partecipazione esterna. Da qui la necessità di una riorganizzazione delle nostre sedi. Oltre ad essere sedi di Rifondazione Comunista – e tali devono rimanere a tutti gli effetti – le sedi a nostra disposizione devono diventare luoghi di confronto, di mobilitazione, di sperimentazione. Luoghi in cui stabilire un punto di incontro tra organizzazione e partecipazione. Luoghi in cui possano trovare posto diverse gradazioni di militanza, attività di carattere sociale, culturale, associativo con cui stabilire l’alimentazione di un confronto reciproco. In una parola facciamo che le nostre sedi siano anche Case del Popolo. Su questi temi, in particolare sul tema delle pratiche sociali, la proposta che avanziamo è una tre giorni di discussione per il 6-7-8 luglio a Salerno.

A proposito della necessità di contrastare la dispersione delle forze antiliberiste. Samir Amin, in un saggio di qualche anno fa, scriveva che bisogna cambiare la “maniera di fare politica” in analogia, per certi aspetti, con la linea di condotta adottata ai tempi della Prima Internazionale. Organizzazioni, di natura e statuti differenti, partiti, sindacati, associazioni civili, personalità che proponevano aree d’intervento, analisi, sfide, proposte di strategia assai diverse seppero allora realizzare una convergenza, nel rispetto del principio democratico della diversità. E’ un po’ quello che dobbiamo cercare di fare adesso con “Potere al Popolo” avendo chiaro, una volta per tutte, che il movimento in costruzione per la sua eterogeneità non può in alcun modo essere visto come sostitutivo del ruolo e della funzione che deve continuare a svolgere il Partito della Rifondazione Comunista. Potere al Popolo è complementare al nostro partito. Detto ciò noi oggi abbiamo non pochi problemi nel tenere insieme i due momenti, quello che un tempo avremmo definito il momento dell’autonomia con quello dell’unità. Per riuscirci abbiamo bisogno di una specificazione e di un rialzo della nostra capacità di proposta, di direzione politica.

Questo punto specifico merita molta più attenzione di quanto finora è stato fatto. Gran parte delle nostre difficoltà nascono per un problema di quadri di direzione politica, di ricambio generazionale. Vale quello che diceva a suo tempo Gramsci. Senza nulla togliere all’idea del partito come intellettuale collettivo nelle fasi di crisi e di sopravvivenza politica la tenuta dell’elemento coesivo rappresentato da un gruppo dirigente diventa fattore decisivo. Senza questa tenuta la massa delle iscritte e degli iscritti è destinata a squagliarsi. In ragione di ciò  bisogna evitare di  trattare la formazione politica come una Cenerentola. L’attività di formazione e di rinnovamento di quadri capaci di direzione e iniziativa politica, da qui in avanti, deve diventare un compito di prima grandezza. Più in generale. penso che dobbiamo rivedere in radice il nostro modo di funzionare. Avendo chiaro che non c’è più il partito che vive di riflesso ai processi istituzionali, con le risorse che questi processi in crisi garantivano in termini di visibilità, di finanziamento pubblico. In questa situazione bisogna imparare a camminare con le nostre gambe e a contare sulle nostre forze. Il che ci deve indurre a un agire politico più centrato sulle forme di autorganizzazione, di autofinanziamento, di autoproduzione d’informazione.

In tutto ciò siamo ancora al di sotto delle nostre potenzialità. A cominciare dal numero delle iscritte degli iscritti, questione basilare per un partito che voglia definirsi tale. Abbiamo appena fatto un lavoro di ricognizione sul tesseramento, e non solo, con i segretari provinciali e regionali. Siamo in ritardo. L’impressione è che esistano non pochi margini di recupero di adesioni che sono andate perse per strada non tanto per il venir meno di ragioni politiche ma per noncuranza, ritardi, mancato coinvolgimento. Una questione cui porre rimedio, così come per le carenze in materia d autofinanziamento, a livello di realtà territoriali. E’ importante in questo momento essere tutti impegnati nella piena riuscita della campagna 2Xmille, è importante incrementare le sottoscrizioni Rid, ma il problema è anche di fare in modo che tutte le realtà territoriali si dotino di un piano  di reperimento di risorse che vada dalle feste di partito, alle sottoscrizioni, alle cene di autofinanziamento, all’apertura di centri di assistenza fiscale, ecc. Apro una parentesi non di poco conto: le feste di Rifondazione. Al di là di essere una delle più importanti fonti di autofinanziamento le feste costituiscono anche uno dei più importanti momenti di rapporto di massa che il partito è in grado di mettere in campo. L’obiettivo che dobbiamo porci, anche indicando un responsabile nazionale feste, è di andare ad una generalizzazione ad una qualificazione di questi momenti politici. Là dove non si fanno feste locali si faccia ameno una festa regionale. Anche sul piano della comunicazione vanno fatti passi in avanti, tanto più in considerazione  di uno spezzettamento della nostra presenza a livello territoriale. Non si tratta soltanto di perfezionare l’uso degli strumenti a disposizione o la raccolta, l’aggiornamento, l’informatizzazione degli indirizzari degli iscritti e simpatizzanti, strumenti e indirizzi che andranno al più presto sottoposti alle nuove norme di tutela. Il problema riguarda anche gli strumenti di attivazione e di orientamento politico. Quelli di cui disponiamo sono strumenti primordiali. Tra le altre cose non è pensabile che il nostro partito, al di là di “dire fare Rifondazione” sia l’unico a sinistra a non essere dotato di uno strumento cartaceo. Credo che alla segreteria vada dato mandato di verificare la fattibilità di una pubblicazione che risponda all’esigenza di stabilire un legame tra presenza locale e lavoro nazionale.

Questi alcuni problemi e questioni aperte che non possiamo pensare di affrontare semplicemente sul piano volontaristico. E’ evidente che per recuperare difficoltà, inerzie, occorre fare i conti con un partito che non è più un partito di massa ma che in tutta una serie di situazioni può contare su una presenza rarefatta. Continuare ad avere un assetto organizzativo che ricalca ovunque il modello del partito di massa, strutturato in sezioni, federazioni, regionali con designazione, per ogni ambito, di responsabilità e organismi vari non ci fa fare passi in avanti sul piano dell’efficacia politica. Bisogna cominciare a ragionare e a sperimentare una struttura del partito meno ingessata. Una struttura tesa alla valorizzazione delle assemblee delle iscritte e degli iscritti, alla realizzazione di sinergie tra aree provinciali e in taluni casi anche regionali – vedi il caso della Valle d’Aosta e Piemonte -, alla realizzazione di accorpamenti per aree omogenee ( vedi il caso della Federazione Castelli con Roma), alla regionalizzazione del partito non solo nelle aree più piccole. Regionalizzazione anche come rafforzamento del ruolo di direzione dei regionali. In particolare occorre aprire un ragionamento, come è stato fatto recentemente in occasione dei Congressi regionali in Abruzzo e Sicilia, su forme di sperimentazione – l’organizzazione del partito in strutture e funzioni per macroaree – in grado di segnare e ricostruire una presenza in situazioni mal funzionanti o di presenza venuta meno. In una parola occorre rendere il partito più aderente alle peculiarità e alla presenza reale nei territori. Snellimento e maggiore rispondenza degli organismi dirigenti in non pochi casi sovradimensionati o fermi ad una idea tradizionale della politica. Organismi che devono garantire un più puntuale rapporto con i territori, a tutti i livelli, dalle istanze superiori alle istanze inferiori, in termini di costante flusso di proposte, di interscambio, di verifica del lavoro svolto. Coerentemente a questo processo di riorganizzazione credo che sia opportuno mettere a tema la proposta, in prospettiva, di una revisione /semplificazione dello Statuto del Partito attualmente in vigore.

Non vado oltre. Penso che sia più importante tracciare un indirizzo che fare una lista della spesa. E’ evidente però che, in previsione di un maggiore radicamento del partito nella società, nei luoghi di lavoro, è essenziale dare centralità alle istanze delle lavoratrici e dei lavoratori, delle donne, dei giovani anche attraverso l’indizione di apposite Conferenze.

Diceva Forenza, in apertura a questo nostro Convegno, che il comunismo è rifondazione. Credo che questo sia un concetto importante per definire anche il nostro impegno pratico politico di attualizzazione e di rilancio del partito. Come diceva Gramsci i comunisti non saranno mai conservatori ma lasceranno sempre aperta la porta verso il meglio. Se così deve essere allora da questo incontro non si deve uscire semplicemente con un’esortazione. L’idea da cui muoviamo è quella di un nuovo inizio, della possibilità, che oggi abbiamo, di lavorare a una prospettiva ricostruttiva degli elementi di originalità, di autonomia, di diversità di una forza comunista e insieme ricostruttiva di un movimento antiliberista. Un lavoro che ha bisogno di un investimento di fiducia, di rompere con certi discorsi impregnati di negatività, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non individuano i nuovi conflitti e le nuove possibilità di cambiamento. Permettetemi di chiudere con un pensiero dedicato a un compagno scomparso nei giorni scorsi che ha dato molto in termini di impegno pratico politico: il compagno Pierluigi Zuccolo segretario provinciale di Imperia, c o. he tanto avrebbe voluto essere qui con noi a parlare del futuro del nostro partito.

Festa di Rifondazione Comunista – Assemblea Nazionale dei segretari e delle segretarie provinciali, regionali e di circolo del PRC- SE

12 Set

Introduce Ezio Locatelli, responsabile organizzazione.
Intervengono Lidia Menapace, partigiana, femminista, saggista; Loris Caruso, studioso movimenti sociali, teoria politica, conflitti del lavoro; Roberta Fantozzi, responsabile programma, Ciccio Auletta, Rete delle Città in Comune.
Conclude: Maurizio Acerbo, segretario nazionale Prc-Se.

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Anche a Torino una coalizione per l’eguaglianza e la giustizia sociale. Locatelli (Prc-Se): cambiamento e centrosinistra diventati termini inconciliabili

20 Lug

 

sinistra1Bene, anche a Torino si parte. Lunedì 24 luglio, alle ore 17,30, all’Unione Culturale di Via Cesare Battisti, presente Tommaso Montanari, si terrà un primo incontro per dare vita a una grande coalizione civica, di sinistra, alternativa al Pd, al centrodestra e al M5S. Un incontro in preparazione di una grande assemblea provinciale che si terrà a settembre con l’obiettivo di unire tutte quelle forze, associazioni, partiti, cittadini che intendono battersi per l’eguaglianza e la giustizia sociale, che intendono lottare per l’attuazione dei principi e dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione in tema di lavoro, ambiente, pace, diritto allo studio, scuola pubblica, equità fiscale, inclusione sociale. “Questi principi e diritti – dichiara il segretario provinciale Prc-Se Ezio Locatelli – sono stati grandemente calpestati dai governi di centrodestra e centrosinistra che hanno agito in questi anni nel solo interesse dei mercati, delle banche, dei poteri economici. Si tratta oggi di costruire un’alleanza popolare che ridia speranza, fiducia e rappresentanza a quella stragrande maggioranza del Paese che vive una condizione di precarietà, di disagio sociale, che non crede più agli inganni delle politiche liberiste e di austerità”. Locatelli, a nome di Rifondazione Comunista, manifesta il forte interesse al progetto delineato all’assemblea del Brancaccio da Montanari: “Rifondazione Comunista al pari di altre realtà sociali e politiche intende essere partecipe e parte attiva di un progetto che se portato avanti con coerenza, linearità, può riaprire la partita del cambiamento politico in Italia. Una delle caratteristiche che più ci convince di questo progetto è la discontinuità con le esperienze istituzionali precedenti che si rifanno al centrosinistra. L’operazione di Pisapia, Bersani, D’Alema e compagnia varia non porta da nessuna parte. Cambiamento e centrosinistra sono diventati termini inconciliabili”.

Torino, 20 luglio 2017

Alla vigilia di un’esplosione sociale

8 Lug

DireFare_luglio17245di Ezio Locatelli*

Possiamo, una volta tanto, non limitarci a guardare i dati di superficie? Occorrerebbe, come sinistra, fare come i vulcanologi i quali, per sondare l’imminenza o meno dei fenomeni eruttivi, più che guardare la sommità dei vulcani prestano attenzione alle turbolenze che sono nel profondo. Certo, a prima vista, la situazione appare un poco paradossale. Siamo nel pieno di una crisi del capitalismo e del neoliberismo come modalità di governo della società. Una crisi insostenibile che sta devastando l’esistenza di una immensa quantità di persone. Eppure, in Italia, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, poco si muove nella realtà con qualche eccezione: la recente manifestazione nazionale contro l’imbroglio dei voucher, lo sciopero nel settore dei trasporti, le vertenze a livello di territori. Ed ancora, non ci sono allo stato attuale forze politiche e di movimento in grado di essere, di per sé, punto di riferimento. Anche qui con qualche eccezione. L’assemblea del Brancaccio del 18 giugno, con la sua idea di costruire una larga coalizione sociale, di sinistra, antiliberista, uno spiraglio l’ha aperto.-

Uno spiraglio che va allargato sapendo delle difficoltà del momento che non sono semplicemente di carattere elettorale. L’imporsi in questi anni, senza più limiti di potere, della dogmatica d’impresa, di mercato, ha finito per disgregare diritti, tutele, fattori di coesione sociale e del mondo del lavoro. Ha finito per creare uno stato di insicurezza e vulnerabilità, un diffuso senso di isolamento e di paura che ha tolto alle persone risorse e coraggio di agire. Col risultato che le privazioni e le sofferenze sociali in essere, al di là di essere diffuse, appaiono disperse quanto le manifestazioni di dissenso che si producono.

Per l’appunto, nell’immediato, manca l’evidenza di un inversione di rotta. La qual cosa induce una parte della sinistra a non oltrepassare la linea del meno peggio, a stare sul piano della difesa raccogliticcia di qualche scampolo del vecchio sistema. L’operazione messa in atto da Pisapia e compagnia varia, il tentativo di attuare il ritorno a un centrosinistra ulivista, va esattamente in questa direzione. Un tentativo obsoleto, di galleggiamento, che non coglie la crisi di legittimità e di rappresentanza di un sistema declinante. Che non coglie i sommovimenti di rabbia e di protesta che sono in atto e le loro potenzialità. Già in occasione del 4 dicembre scorso si è sottovalutato – in questo caso per nostra fortuna – l’impatto di sommovimenti che sono risultati un fattore decisivo per il successo del No alla controriforma della Costituzione. Nel caso specifico poco o nulla ha potuto fare la propaganda ingannevole del governo Renzi. Non commettiamo ancora una volta lo sbaglio di non vedere il disagio e l’avversione che cova nel profondo della società nei confronti delle politiche di austerità, di spoliazione di diritti, di svalutazione e precarizzazione del lavoro. Soprattutto di sminuirne la portata. La misura è colma. Come per ogni situazione satura un nonnulla può essere sufficiente a innescare un’esplosione sociale.

Dunque, contrariamente all’idea superficiale di una situazione statica, di una invariabilità del quadro sociale e politico, di scarse prospettive di fuoriuscita della crisi che stiamo attraversando, questo è un momento segnato da molti fattori di instabilità destinati a mutare il quadro, a produrre un cambiamento. A quali condizioni? Su quest’ultimo punto ci vuole chiarezza. Non esiste alcuna possibilità di fare passi in avanti, alcuna “garanzia” di cambiamenti in positivo senza aver guadagnato una ripresa di lotte popolari e una convergenza delle forze di sinistra, antiliberiste, impegnate nell’opposizione alle politiche di governo e padronato. Ripresa del conflitto e unità, dunque, come duplice sfida e impegno politico per innescare una dinamica di cambiamento.

Una possibilità che c’è a condizione altresì di combattere pessimismo, povertà di immaginazione, falsa coscienza. E’ assurdo continuare a pensare, mentre siamo innanzi al precipitare di una crisi di sistema, che la costruzione di un’alternativa sia cosa irrealizzabile. Scriveva Gramsci: “uno degli idoli più comuni è quello di credere che tutto ciò che esiste è naturale esista”. Dobbiamo buttare a gambe all’aria questi idoli e quei discorsi che parlano solo di crisi ma non della possibilità di liberarsene, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non agiscono i nuovi conflitti, le possibilità di costruire il cambiamento. Sta a ognuno e ognuna di noi consentire che un nuovo senso del possibile e del cambiamento si faccia strada.

*segreteria nazionale, responsabile organizzazione PRC -SE

da:  “Dire, fare Rifondazione” luglio 2017

 

Ricostruire cultura della partecipazione e della militanza

11 Mag

DSCF3221di Ezio Locatelli* –

Raccogliamo le nostre forze e mettiamoci in movimento. Facciamolo con rinnovata fiducia. L’aver fatto un buon congresso non era per niente scontato dopo anni di resistenza vissuta affrontando difficoltà a non finire, le difficoltà derivanti da un quadro di sconfitta sociale, di estromissione dalle istituzioni. Dopo aver percorso il tratto più difficile della nostra storia diversi segnali – la vittoria referendaria in difesa della Costituzione, le manifestazioni promosse dalle donne in tutte le maggiori città del mondo e qui in Italia, l’affermazione delle sinistre antiliberiste in diversi Paesi d’Europa – dicono che siamo giunti a un punto da cui si può ripartire, superando una fase di rassegnazione. C’è un fatto di novità. La fine del “credo” in un sistema che ha disatteso le tante promesse di prosperità, democrazia, pace apre a un momento di possibilità. O più precisamente, per usare le parole di Samir Amin, un “momento in cui tutto è possibile, il meglio e il peggio. I giochi sono aperti. Le lotte politiche e sociali, con i loro successi e insuccessi, determineranno quello che sarà il futuro prossimo”.

E’ proprio in ragione di ciò che vanno rifiutati tutti i discorsi che cercano di convincerci della nostra impotenza, i discorsi intrisi di negatività, che parlano solo di crisi ma non della possibilità di liberarsene, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non individuano e agiscono i nuovi conflitti, le nuove possibilità di rompere il cerchio, di costruire il cambiamento. Sta a noi vedere e interpretare questa nuova fase, lavorare per una opposizione sociale che rovesci la crisi su chi l’ha prodotta, avendo chiaro che la strategia del meno peggio non regge più. Una strategia siffatta finisce per diventare elemento di logoramento e di continua perdita di attendibilità. E ancora, sta a noi lavorare a un processo di ricostruzione che insieme al rafforzamento di Rifondazione Comunista assuma il tema della costruzione di una sinistra della trasformazione sociale, di una sinistra che deve riguadagnare la forza di trasformare la contestazione all’esistente in un progetto di cambiamento.

Perché questo avvenga occorre lavorare, in ogni realtà e luogo in cui siamo presenti, a un forte dispiegamento organizzativo. L’obiettivo è ricostruire, in forme aggiornate, una cultura della partecipazione e della militanza politica come cultura di liberazione collettiva. Come diceva Marx “la storia non fa niente”. Quello che conta sono gli uomini e le donne che agiscono nelle condizioni date per crearsi un avvenire con la propria azione concreta. Sta a noi consentire che un nuovo senso del possibile e del cambiamento si faccia strada.

*segreteria nazionale, responsabile organizzazione Prc-Se

X Congresso Rifondazione Comunista – Torino. Relazione del segretario provinciale: Ezio Locatelli

28 Mar

DSCF3179Care compagne, cari compagni,

questo decimo congresso provinciale del Partito della Rifondazione Comunista si tiene in un momento di profondi cambiamenti che fino a qualche tempo fa sembravano fuori portata. Due segnali, su tutti, che dicono dell’inizio di una possibile inversione di tendenza, del superamento della fase di rassegnazione. Primo segnale. La sconfitta del disegno renziano, in quella che è stata definita la madre di tutte le battaglie, di andare allo stravolgimento della Costituzione col proposito di dare una risposta stabilizzante alla crisi in atto. Una sconfitta resa possibile grazie ad una straordinaria partecipazione politica, cui noi stessi abbiamo contribuito, e ancor più dall’incidenza della condizione sociale nell’espressione del voto. C’è da registrare altresì, per paura di una seconda batosta referendaria, la retromarcia del governo in materia di norme che sono il simbolo della precarietà e della deregolamentazione del lavoro – voucher e appalti – così come chiesto nella raccolta firme della Cgil. Secondo segnale di sommovimenti in corso: le grandi manifestazioni promosse dalle donne in tutte le maggiori città del mondo, e anche qui a Torino. Per usare le parole di Angela Devis manifestazioni che sono “l’espressione di una volontà di unirsi nella lotta di resistenza alle discriminazioni, al razzismo e allo sfruttamento capitalista”. Ecco, nel ringraziare le compagne e i compagni qui presenti in qualità di invitate/i, di delegate/i, proponiamo una riflessione a partire da questi fatti muovendo dall’idea che siamo a un punto di svolta e di rottura rispetto alla storia recente. Il chè non significa ignorare aspetti contrastanti che derivano dall’estrema debolezza della sinistra, dall’ampio spazio lasciato a una destra pronta a cavalcare la disperazione dei penultimi contro gli ultimi.

Al giorno d’oggi, anche se parliamo di storia recente, si stenta ad avere memoria del trionfalismo con cui, poco meno di trent’anni fa il crollo dei Paesi a socialismo reale fu accolto dalle nazioni ricche del Nord del mondo. Sia detto, Paesi e sistemi autoritari che avevano perduto l’originaria impronta socialista. Ciò detto, nel senso comune dominante, quel crollo fu interpretato come la testimonianza inoppugnabile del tramonto definitivo di un progetto di società altra fondata sull’uguaglianza, sull’idea di emancipazione e liberazione umana. Come ha scritto Fredic Jameson la sconfitta è stata così completa che è diventato più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Credo che questo sia stato uno dei maggiori punti di difficoltà che abbiamo vissuto in questi decenni in specie per quanto riguarda una generazione di giovani costretta a vivere in una sorta di presente permanente, in cui l’unica prospettiva possibile, per usare le parole di Fancis Fukuyama in “La fine della storia”, era “l’universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale del governo umano”. L’unica forma in grado di promuovere la crescita, di garantire la prosperità, la democrazia, la pace. Un assunto che è stato fatto proprio da gran parte degli ambienti di sinistra. Come ha annotato Luciano Gallino, senza l’apporto di dosi massicce di stupidità politica da parte di questi ambienti le teorie economiche neoliberali non avrebbero potuto affermarsi nella misura sconsiderata che è sotto gli occhi di tutti. Basti ricordare, per fare un esempio, la repentina giravolta, una delle tante di quel tempo, di Massimo D’Alema, dirigente ex comunista che più di altri ha impersonato la mutazione di un ceto politico, quando disse: “Io sono liberale”. Una dichiarazione che scandiva a chiare lettere un passaggio di campo e annunciava quella che sarebbe stata la grande ritirata della sinistra sul terreno della lotta, del conflitto operaio e popolare.

Sembra passato un secolo se si guarda al punto di crisi storica in cui siamo giunti. Di una crisi, per dirla ancora con Luciano Gallino, che con tutta probabilità è giunta a un punto di non ritorno, che segna l’uscita da una fase espansiva, di sviluppo economico e sociale, alle cui radici vi è la recessione dell’economia capitalistica, in America e in Europa. Un’economia che per arrestare la caduta dei tassi di resa del capitale riduce le persone a pura funzione dell’impresa. Per citare due casi recenti e ravvicinati: il caso clamoroso del licenziamento dell’operaio sottoposto al trapianto del fegato, fortunatamente rientrato per la mobilitazione dei compagni di lavoro, oppure quello dei licenziamenti e delle denunce degli operai della Safim rei di avere fatto attività sindacale contro lo sfruttamento intensivo dell’azienda. Casi che sono figli di questa logica perversa fatta di bassi salari, di licenziamenti di massa, di demolizione di pilastri importanti dello Stato Sociale. Non solo spoliazione sociale e del lavoro. Alla crisi si risponde anche col saccheggio irresponsabile dei sistemi che sostengono la vita. Uno per tutti, i cambiamenti climatici che secondo gli esperti rappresentano “la principale minaccia globale alla salute del ventunesimo secolo”.

Quanto la situazione sia grave è dato anche dall’inaudita espansione del capitale fittizio, l’idea cioè di sopperire alla stagnazione del sistema produttivo favorendo lo sviluppo e la deregolamentazione senza limiti di attività finanziarie, di produzione di denaro fittizio, di attività totalmente separate dall’economia reale, dalla produzione di beni e servizi. Un sistema fraudolento e per molti aspetti finanche criminale che ci sta trascinando da una crisi all’altra con l’unico risultato di una concentrazione della ricchezza e del potere a livelli mai visti. Che tipo di società può mai essere quella in cui, secondo il rapporto Oxfam: otto uomini, da soli, possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone al mondo? Una siffatta società è una delle più paradossali che la storia umana abbia mai conosciuto: una ricchezza straripante nelle mani di pochi e, come altra faccia della medaglia, una devastazione dell’esistenza per un’immensa quantità di persone fatta di diffusione della povertà, sradicamento di massa, nuove forme di discriminazione e schiavitù, distruzione dei processi democratici, costruzione di muri di separazione, repressione, violenza, uso generalizzato della forza da parte dei paesi occidentali. Tutto ciò avviene non più solo nelle periferie arretrate ma nei centri avanzati, nel cuore dell’Europa stessa, sempre più divisa dalle ineguaglianze, dalla xenofobia, dai nazionalismi contro cui domani saremo in piazza a Roma. Dobbiamo prestare molta attenzione all’operazione di depistaggio che sta venendo avanti. La politica dei confini fortificati, dei muri, dei fili spinati, dei respingimenti – una politica scellerata destinata a mietere migliaia di vite umane – vorrebbe far credere che l’origine della crisi sia l’esplosione dell’immigrazione, non delle disuguaglianze, non delle misure di austerità che tolgono reddito, servizi sociali, occupazione, sicurezza nel lavoro, dignità a milioni di persone, le stesse misure che sono state brutalmente imposte alla Grecia impegnata a resistere nell’impossibilità, sia detto, di colmare da sola uno squilibrio di forze. Quella perseguita è la logica spietata di una guerra di classe, dei ricchi contro i poveri che, dobbiamo essere avvertiti, non esclude – aveva ragione Primo Levi – il rischio di una forma aggiornata di fascismo. Come non ricordare la sortita di qualche anno fa degli economisti di JP Morgan: “Perché il neoliberismo possa sopravvivere, la democrazia deve dissolversi”. Per inciso, sia detto, una guerra che non porta da nessuna parte, alla lunga insostenibile per la stessa sopravvivenza del sistema capitalistico, che avrebbe bisogno non già di poveri ma di consumatori/lavoratori dotati di potere d’acquisto.

Ora al punto in cui siamo, è sempre più evidente che contrariamente alle attese di una terra promessa siamo di fronte a un sistema che è messo in discussione nella sua prosecuzione, nella sua praticabilità su scala globale. È esattamente questo scenario che mette tutti di fronte a una sfida alta, la necessità improrogabile di andare oltre il mercato, il lavoro servile, il saccheggio delle risorse, le ingiustizie sociali, la guerra permanente, la necessità di un’alternativa di società che sia nutrita, sostanziata da un pensiero della rivoluzione. Uso volutamente questo termine convinto come sono che le degenerazioni, i fallimenti, i crolli del passato non sono scaturiti dal fatto che furono tentate cose impossibili ma, al contrario, dalla rinuncia a tentare l’impossibile. Cosa che noi non abbiamo fatto, diventando in questi anni di sconfitta, del dominio interiorizzato, del ridimensionamento delle aspettative la faccia marginale, eretica della politica moderna. Oggi, col venir meno del credo in un sistema, torniamo a vivere un momento di possibilità. Tornano in mente le parole di Pietro Ingrao di qualche anno fa: “In ogni modo il cielo di piombo dell’ultimo decennio si sa rompendo. Partorirà nuove luci, spalancherà nuovi sentieri che adesso non sappiamo del tutto intravedere”.

Dico queste cose senza fare in alcun modo professione di ottimismo ingenuo. Per dire dell’ambivalenza del momento è utile rifarsi a un articolo di Nancy Fraser, femminista americana, scritto all’indomani dell’elezione di Trump: “Questa elezione rappresenta una delle serie di drammatiche rivolte politiche che insieme segnalano un crollo dell’egemonia neoliberista. Queste rivolte comprendono tra le altre il voto per la Brexit nel Regno Unito, il rifiuto delle riforme di Renzi in Italia, la campagna di Bernie Sanders per la nomination del Partito democratico negli Stati Uniti e il sostegno crescente per il Fronte Nazionale in Francia. Anche se differiscono per ideologia e obiettivi, questi ammutinamenti elettorali condividono un bersaglio comune: sono tutti rifiuti della globalizzazione delle multinazionali, del neoliberismo e delle istituzioni politiche che li hanno promossi”. Inutile dirlo, le destre non possono offrire alcuna soluzione alla crisi. Detto ciò, la questione che pongo, sempre con le parole di Fraser, è un’altra: “Quello che abbiamo di fronte è un interregno, una situazione aperta e instabile in cui i cuori e le menti sono in palio”. In questo interregno, per usare le parole di Samir Amin, “tutto è possibile, il meglio e il peggio. I giochi sono aperti. Le lotte politiche e sociali, con i loro successi e insuccessi, determineranno quello che sarà il futuro prossimo”.

Questo, a me sembra, il cuore della questione che ci sta davanti: l’urgenza di riportare al centro della vita politica il tema del conflitto, delle pratiche sociali critiche, della costruzione di un movimento antagonista come terreno prioritario rispetto a quello elettorale che pure è un terreno importante. Di lavorare per l’apertura di una contesa sociale che rovesci la crisi sulle sue cause e su chi la produce. Di lavorare, in particolare, a una ripresa di soggettività sul terreno del lavoro che, più di altri, ha subito un’aggressione violenta. Insieme alla riduzione dei diritti, a forme di precarizzazione e sfruttamento senza precedenti, il lavoro è stato letteralmente cancellato nella sua esistenza. Ecco, penso che noi dobbiamo ripartire da queste questioni, sociali, del lavoro, dei senza casa, delle periferie, raccogliendo l’avversione alle molte forme d’ingiustizia sociale. Diversamente il rischio è di lasciare tutto in mano agli imprenditori del rancore e della paura visti come i difensori dei ceti sociali in difficoltà.

Il che non significa, in alcun modo, avvalorare l’ormai logora e perdente separazione tra sociale e politico. Perché se è vero che i conflitti sono il motore dinamico di qualsiasi cambiamento è altrettanto vero che i conflitti di per sé non sono sufficienti, ancor più tenuto conto delle difficoltà derivanti dalla frammentazione del lavoro e della società civile. Per questo l’uscita dall’impotenza, oltre che una politica di società, pone la questione della costruzione di una politica di alternativa, della costruzione di una cultura e di un’organizzazione che sappia far vivere dentro di sé una lettura di classe della società, l’antitesi tra destra e sinistra.

Questa questione, drammaticamente sul tappeto, noi intendiamo affrontarla a partire dal rafforzamento di Rifondazione Comunista. Per troppo tempo ci siamo sentiti ripetere che non aveva più senso l’esistenza di un partito comunista. Al contrario, per noi, questo è un punto irrinunciabile non per un fatto di ostinazione, di mera volontà, tantomeno per nostalgia ma per dignità di un modo di abitare il mondo contemporaneo, l’indisponibilità a essere cittadine/i coatti in un mondo attraversato da ingiustizie, sopraffazioni, sfruttamento e guerre, da pulsioni di autodistruzione. Diceva Antonio Gramsci: “Uno degli idoli più comuni è quello di credere che tutto ciò che esiste è naturale esista”. Ed ancora: è la nostra indifferenza o la nostra rassegnazione a rendere fatale l’ordine delle cose. Ecco, noi non intendiamo immolarci sull’altare di questo idolo, non intendiamo rinunciare a una nuova e più alta forma di società e di convivenza umana, a un futuro più giusto e solidale. Quella cui tendiamo è una società in cui tutte/i siano ugualmente liberi e possano godere di una felicità più grande e più autentica di quella attualmente poco disponibile. Una società che metta le persone al primo posto.

Detto ciò bisogna anche evitare di fare discorsi che si divaricano tra la radicalità della prospettiva e i compiti che attengono ad un processo di ricostruzione democratica. Questo processo, qui e ora, passa attraverso un lavoro indispensabile di unione di forze. Io credo che non sia ancora sufficientemente chiaro: se oggi il capitalismo sopravvive alla sua sconfitta culturale è certamente grazie alla potenza della sua organizzazione, alla sua forza materiale ma grazie anche alla dispersione delle forze antagoniste, di forze che sono state ridotte a frammenti. Una dispersione, come dicevo all’inizio, che lascia campo libero a forze populiste e di destra. La domanda è d’obbligo: quanto possiamo resistere ancora in questo quadro di rapporti impari? Non è tempo di combattere questa dissolvenza di forze che la crisi libera? Non stiamo parlando d’improvvisazioni organizzative, di auto scioglimenti. Stiamo parlando di un’organizzazione di coagulo, di collegamento su una chiara linea antiliberista e di attuazione della Costituzione nata dalla lotta di Liberazione: lavoro contro sfruttamento, eguaglianza contro disuguaglianza, pace contro guerra, democrazia e antifascismo contro le nuove forme del comando oligarchico. Basta con i discorsi a vuoto. Per essere tale una sinistra della trasformazione sociale deve avere la potenza di fare concorrenza aperta al capitale, deve avere la forza di trasformare la contestazione dell’esistente in un progetto di cambiamento. Ecco perché al di là di difendere il nostro diritto a esistere dobbiamo anche saper agire in una dimensione generale del cambiamento.

Queste scelte d’indirizzo politico vanno perseguite a partire da una realtà, quella di Torino, che è uno specchio di altissima drammaticità della crisi italiana. Per troppo tempo si è data una rappresentazione immaginifica di Torino come di una grande città che è riuscita a sottrarsi alla crisi, una città all’avanguardia in tutti i campi: industria, finanza, ricerca, formazione, università, cultura e chi più ne ha più ne metta. Senza negare l’importanza di alcuni ambiti economici o culturali, ormai più nessuno può far finta di non vedere il degrado di una città letteralmente “sprofondata” – per usare un termine utilizzato dai ricercatori – quanto a condizioni sociali, occupazionali, ambientali, abitative. Un peggioramento che in gran parte è coinciso con la fase di uscita da un ciclo di espansione economica e sociale che aveva nella Fiat il proprio fulcro produttivo. Ma insieme a quest’uscita ciò che si è dimostrato del tutto fallimentare è il pensare che fosse una garanzia di ripresa e di competitività ridurre i salari e i diritti dei lavoratori, smembrare e decentrare interi comparti produttivi. È il cosiddetto modello Marchionne del “dopo Cristo” che ha distrutto la peculiarità industriale e occupazionale di una città senza mettere in campo un’alternativa credibile. Anzi. A Torino, dove Fassino e il Pd si sono identificati appieno con le politiche liberiste portate avanti in campo nazionale, una politica fatta di privatizzazioni, di taglio alla spesa sociale, di svendita del patrimonio pubblico, di grandi opere ha contribuito senz’altro a peggiorare la situazione di crisi.

Questa situazione, detto a chiare lettere, non è per nulla messa in discussione dalla nuova amministrazione comunale M5S. Come annotato autorevolmente dal Corriere della Sera, tempo fa, più che un’alternativa quella di Chiara Appendino è “un’alternanza tra due segmenti di classe dirigente”, senza contrapposizioni nette di modello di sviluppo. In effetti, se si guarda al programma di governo locale, le proposte avanzate per lo più sono da economia aziendale, indistinguibili da qualsiasi programma di centrodestra e centrosinistra. Come ha notato ancora Lidia Mattioli, presidente dell’Unione Industriali, “nulla è stato bloccato”. Il riferimento è alla linea di Alta Velocità Torino-Lione, agli impegni per la Città della Salute, alla grande distribuzione, alla priorità per le misure volte ad attrarre investimenti d’impresa. Per non parlare di quella che il Comitato acqua pubblica ha definito una “truffa ai danni dei cittadini”: l’utilizzo delle risorse della Smat per operazioni finanziarie che esulano dalle finalità societarie. Di fatto, per tornare al programma di governo locale, non c’è alcuna proposta a garanzia di alcuni diritti fondamentali come il diritto al lavoro, alla casa, ai mezzi di sussistenza, nessun piano per la sicurezza sociale.

Torino ha vissuto in questi anni una gigantesca spoliazione industriale e sociale che si è tradotta in un aumento della disoccupazione (la disoccupazione giovanile è al 49,9%), della precarietà (i posti fissi tra il 2008 e il 2014 sono dimezzati), in una riduzione del reddito medio e dei consumi negli ultimi quattro anni rispettivamente del 15,7% e del 17,9%, in un raddoppio del numero dei poveri dal 2017 a oggi. Un peggioramento degli indicatori sociali che ha ridotto drasticamente l’accesso ai diritti di cittadinanza. Si può pensare che quest’accesso sia garantito semplicemente tramite il web – la nuova fenomenologia della partecipazione fatta di opinionismo disseminato, pulviscolare, indeterminato sul piano dei valori- come vorrebbe far credere il M5S? Neanche per sogno! Una compagine amministrativa con l’ambizione di incidere sugli equilibri sociali dovrebbe assumere come priorità l’adozione di un piano per il lavoro e la sicurezza sociale, l’adozione di misure di equità sociale. Dovrebbe stimolare una domanda di “beni comuni” legati alla riqualificazione degli spazi urbani, ai bisogni sociali, alla conoscenza, all’ambiente, alle energie rinnovabili, al diritto alla mobilità come altrettanti campi di nuova occupazione qualitativa per una diversa idea di sviluppo e di città. Dovrebbe muovere da un’idea di giustizia redistributiva tramite la leva fiscale, l’accessibilità ai servizi pubblici, l’esigibilità dei diritti sociali e tutti quegli interventi che funzionano da “salario indiretto”. Di tutto questo non c’è nulla. Prevalgono un approccio generico, l’idea d interventi residuali, l’idea vecchia degli incentivi alle aziende come volano di una ripresa sociale. Non uno straccio di proposta che metta in discussione la crescita delle disuguaglianze sociali. Di sicuro, com’è stato in tutti questi anni, continua a non esserci la rappresentanza del mondo del lavoro, così come quello delle classi sociali meno abbienti, delle fasce sociali più deboli. Ecco come sinistra, come comunisti dobbiamo tornare a essere parte attiva nelle battaglie per il diritto e la dignità del lavoro, il diritto alla casa, alla salute, nelle lotte alle disuguaglianze, per il diritto alla cittadinanza sociale di tutte e di tutti. Dobbiamo chiedere a voce alta l’attuazione del principio “i diritti prima del pareggio di bilancio” come da mozione presentata da Torino in Comune – La Sinistra. Dopo il periodo di sublimazione di Chiara Appendino oggi è sempre più chiaro: l’alternativa è tutta quanta da costruire. Per questo riteniamo che l’esperienza di Torino in Comune – La Sinistra, così come altre esperienze unitarie in sede locale, non vada accantonata come qualcuno, anche a sinistra, in un rigurgito autoreferenziale, ha sostenuto, ma considerata come il punto di avvio di un percorso di lavoro e di raccolta di energie politiche, di ricostruzione di una sinistra che torni a fare realmente la sinistra offrendo un’alternativa di programma sociale e d’impegno politico alla città.

In tutto questo Rifondazione Comunista deve essere consapevole del proprio ruolo e della propria responsabilità come prima forza organizzata a sinistra, ben sapendo dei problemi che ci stanno di fronte. Per anni la sinistra, in specie quella torinese, ha vissuto della città fabbrica, del lavoro come elementi capaci di produrre identità collettive, cultura di classe in modo implicito, automatico. Le cose oggi stanno diversamente. In presenza di una disarticolazione del lavoro, di processi di frantumazione sociale, di una società messa in crisi dai meccanismi di inclusione-esclusione dell’economia, c’è una cultura della solidarietà e della resistenza che va ricostruita. Come farlo? Stando nelle lotte come terreno costitutivo della coscienza collettiva, dando risposte concrete al bisogno di solidarietà e di difesa dei più deboli. Questo è quello che abbiamo cercato di fare in questi anni.

A tal proposito penso che a distanza di tre anni dall’ultimo Congresso sia utile, seppure sommariamente, trarre un bilancio politico. In quel Congresso ponevamo la necessità di “cambiare il modello di organizzazione del partito, non più un partito che vive in forma omologa o di riflesso ai processi istituzionali con le risorse che questi processi garantiscono in termini di finanziamento pubblico, di visibilità mediatica”. La necessità, dicevamo ancora, è di “una diversa strumentazione e di un nuovo agire politico, più centrato su forme di autorganizzazione, di autofinanziamento, di autoproduzione d’informazione, forme che devono trovare nelle spinte reali della società l’alimento e le risorse per strutturarsi”. Lasciatemi dire: questo noi abbiamo fatto. In questi anni non c’è lotta, in tema di lavoro, casa, diritti sociali, di lotta Notav e altro ancora in cui non si sia stati presenti. Oltre a ciò abbiamo messo in moto tutta una serie di attività mutualistiche, di aggregazione sociale – il Circolo La Poderosa, i Gap, il Caf, lo sportello migranti, il dentista sociale e altro ancora – a partire dalla riorganizzazione di questa nostra sede in Casa del Popolo. Tutto questo tre anni fa non c’era ancora. Oggi dire di tutto questo non può che essere motivo di orgoglio. Cosi come lo deve essere la tenuta e, in diverse realtà territoriali, il rafforzamento della presenza del nostro partito. Adesso il compito che ci sta davanti è di andare al consolidamento e a una generalizzazione di questo lavoro. A tal fine è importante mantenere l’operatività e lo spessore di una direzione politica unitamente all’attivazione di nuove energie, alla promozione di una nuova leva politica.

Chiudo e vorrei farlo con parole di ringraziamento e di fiducia. Parole di ringraziamento a tutte le compagne e a tutti i compagni con cui ho condiviso passioni e fatiche politiche, in particolare alla segreteria provinciale chiamata a reggere la pressione di un lavoro assiduo e continuativo. Penso di poter dire che questi anni passati controcorrente siano stati un momento di crescita. Al di là delle parole di ringraziamento vorrei che ci portassimo sempre dietro l’ottimismo della volontà e della possibilità. A tal proposito torna utile la parabola di Bertold Brecht sull’intrepido sarto di Ulm. Il sarto dopo essersi costruito delle ali insisteva nel dire che l’uomo avrebbe potuto volare, finché il vescovo della città, contrariato da tale insistenza, gli disse: “prova, gettati dal campanile”. Naturalmente il sarto si sfracellò. Brecht però si chiede: chi aveva ragione, il sarto o il vescovo? Perché alla fine l’uomo, prova e riprova, è riuscito a volare. È proprio in ragione di ciò che vanno rifiutati tutti i discorsi che cercano di convincerci della nostra impotenza, discorsi impregnati di negatività, che parlano solo di crisi ma non della possibilità di liberarsene, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non individuano e agiscono i nuovi conflitti, le nuove possibilità di costruire il cambiamento.

Come diceva Marx, “la storia non fa niente”. Quello che conta sono gli uomini e le donne che agiscono nelle condizioni date per crearsi un avvenire con la propria azione concreta. Sta a ognuno e ognuna di noi consentire che un nuovo senso del possibile e del cambiamento si faccia strada.