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Una Casa del Popolo per resistere, lottare, immaginare

18 Feb

di Ezio Locatelli*

Quella che vedete, oltre che sede di Partito, è anche Casa del Popolo. Una Casa che abbiamo inaugurato nel 2015 a cui vogliamo dare una seconda vita. Come? Ampliando lo spazio pubblico a disposizione per tutti coloro che non vogliono arrendersi ad una crisi che tende a distruggere diritti e legami sociali, democrazia e partecipazione. Spazi di aggregazione, di condivisione, di solidarietà dove possano trovare posto attività di carattere sociale, culturale, ricreativo oltre che politico.
Torino ha uno straordinario passato di associazionismo mutualistico risalente ai primi anni del ‘900: centri di ritrovo, casse di solidarietà, spacci alimentari, farmacie popolari e quant’altro. Associazionismo come forma di autodifesa sociale. Una esigenza che si ripresenta, seppure in forme diverse, in ragione delle difficoltà lavorative, dei processi di precarizzazione, di impoverimento, al venire meno delle reti di protezione sociale che la città sta vivendo da molti anni a questa parte.
Dentro l’attuale condizione di crisi sociale e di regressione autoritaria vogliamo starci attivamente con una idea di lotta alle ingiustizie e alle disuguaglianze, di attuazione dei principi fondanti della nostra Costituzione, frutto di una cultura antifascista, di rispetto della dignità umana, di volontà di corrispondere ai bisogni sociali, in specie della parte più debole della società. Lo svolgimento di attività, oltre alla sede di Rifondazione Comunista, prevede spazi per associazioni che operano sul piano culturale, degli sportelli sociali, dell’assistenza fiscale, dei gruppi di acquisto popolare.
“La Poderosa” è la denominazione data ad alcune delle associazioni che operano presso la Casa del Popolo (La Poderosa Circolo Arci, La Poderosa Servizi, Gap solidale La Poderosa) anche in collaborazione con altre strutture operanti nell’area metropolitana (tra queste la Casa del Popolo di Chieri, gli sportelli sociali del Prc di Nichelino). Una denominazione che si richiama alla famosa e sgangherata motocicletta con cui Che Guevara, insieme all’amico Alberto Granado, intraprese un lungo viaggio di scoperta dell’America latina. Un viaggio “sulle ali di un sogno rivoluzionario”. Un sogno che vogliamo in qualche modo rivivere nell’esplorazione di nuove forme di partecipazione, di socialità, di incontro che ricostruiscano il senso di una speranza collettivamente condivisa. Per un mondo migliore è necessario ancor più resistere, lottare, immaginare.

* segretario provinciale Prc-Se Torino

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Firenze 9 settembre 2018 – Festa nazionale di Rifondazione Comunista “Ribellarsi è giusto”

13 Set

 

Assemblea nazionale dei segretari e delle segretarie di circolo, provinciali, regionali Prc-Se

Introduzione di Ezio Locatelli, responsabile nazionale organizzazione Prc-Se

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DSCF5679Penso che la discussione sul tema che ci siamo dati, “costruire l’opposizione, rafforzare Rifondazione Comunista, costruire una sinistra popolare”, non possa che partire dagli orientamenti assunti nell’ultimo Cpn del Partito di metà luglio ponendoci, rispetto a quegli orientamenti, l’obiettivo di fare passi in avanti. Parto da un dato: il sostegno largo di cui gode in questo momento il governo, ben oltre il 50% del Paese, contrariamente a quella che fu la previsione gaudente, molto stupida, di Matteo Renzi di un governo raccogliticcio destinato a vita breve. Quanto successo è l’esatto contrario, un sostegno che è andato crescendo – e si capisce – in virtù di un’opposizione rappresentata per lo più da forze che fanno riferimento all’europeismo liberista, alla politica dei vincoli di bilancio, delle compatibilità. Forze del tutto incapaci di cogliere la gravità della crisi in atto.

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Spoleto 4, 5, 6 Maggio 2018 – Ridefinizione e rilancio della capacità organizzativa e dell’iniziativa politica di Rifondazione Comunista

29 Mag

tessera2018smallIntervento di Ezio Locatelli

Quelli che mi hanno preceduto, in tema di partito, di movimenti reali, sono stati interventi alquanto approfonditi e interessanti. Ora, memori di Marx quando diceva che “non basta interpretare il mondo, bisogna trasformarlo”, credo sia importante che la riflessione sia strettamente intrecciata alle questioni più propriamente pratiche, quelle che più attengono all’organizzazione delle nostre forze. Questioni che vanno affrontate, a mio avviso, avendo chiari due punti preliminari. Mi scuso se sconfino in argomenti già toccati, ma c’è un rapporto di coerenza, un intreccio di pensiero, di compiti di cui tener conto. Primo punto: considero il partito una forma di organizzazione ancora attuale. Il partito nei termini di un’organizzazione permanente di uomini e donne che scelgono di uscire dalla loro solitudine, associandosi. Il partito come arma dei deboli nella lotta contro i forti. Attualissimo Gramsci quando scrive del “dovere dell’organizzazione” e della propaganda di questo dovere come “il discriminante tra marxisti e non marxisti”. Secondo punto riallacciandomi anche in questo ad alcune cose già dette. Noi non stiamo vivendo una fase in cui prevalga l’acquiescenza, stiamo vivendo una fase in subbuglio. Una fase in cui non c’è posto per un partito statico, per gli atteggiamenti consuetudinari. Il partito di cui abbiamo bisogno è un partito in movimento che si confronta con le condizioni date della lotta politica, un partito capace non solo di memoria ma di reinventarsi, di progettare la trasformazione.

Io penso che questi due punti siano fondanti del lavoro che dobbiamo fare circa l’adeguamento della nostra soggettività. Un lavoro non semplice. Penso alla realtà che abbiamo di fronte. Una realtà ancora viva ma scomposta nei suoi aggregati fondamentali, una realtà depoliticizzata che ha grandemente introiettato il rovesciamento del conflitto di classe. Una realtà che deve fare i conti con il disconoscimento, proprio della fase del finanzcapitalismo, di qualsiasi pratica democratica e di rappresentanza delle classi subalterne.

Abbiamo oggi la possibilità di invertire queste tendenze, di andare oltre un impegno di resistenza? Io penso di sì se si guarda al neoliberismo come esperimento fallito, alla voglia di cambiamento radicale che c’è. Certo, non ci sono sbocchi predeterminati, ci sono sbocchi tendenzialmente contrapposti in cui, come diceva Caruso, può succedere di tutto. Ma è proprio per questa ragione che il momento attuale è anche un momento di possibilità in cui ricominciare a fare cose positive, costruttive, innovative con una idea della militanza politica da riscoprire nel suo significato originario, come attività costituente, di ricostruzione di movimenti di lotta, di conflitto sociale, di relazioni sociali e non semplicemente come costruzione di rappresentanza. Tanto più nel momento in cui, come sottolineava Ferrero, il piano della rappresentanza è in crisi.

Dicevo del dovere dell’organizzazione. Questo non ci deve portare ad avere una idea totalizzante del partito, una idea che da tempo non è più in grado di rispondere a una molteplicità di istanze partecipative. Proprio per questo penso che insieme al rafforzamento del partito il problema sia di superamento di qualsiasi forma di autoreferenzialità e separatezza. Per farlo bisogna costruire un intorno sociale, culturale, associativo che dia la possibilità di entrare in rapporto con contributi di partecipazione esterna. Da qui la necessità di una riorganizzazione delle nostre sedi. Oltre ad essere sedi di Rifondazione Comunista – e tali devono rimanere a tutti gli effetti – le sedi a nostra disposizione devono diventare luoghi di confronto, di mobilitazione, di sperimentazione. Luoghi in cui stabilire un punto di incontro tra organizzazione e partecipazione. Luoghi in cui possano trovare posto diverse gradazioni di militanza, attività di carattere sociale, culturale, associativo con cui stabilire l’alimentazione di un confronto reciproco. In una parola facciamo che le nostre sedi siano anche Case del Popolo. Su questi temi, in particolare sul tema delle pratiche sociali, la proposta che avanziamo è una tre giorni di discussione per il 6-7-8 luglio a Salerno.

A proposito della necessità di contrastare la dispersione delle forze antiliberiste. Samir Amin, in un saggio di qualche anno fa, scriveva che bisogna cambiare la “maniera di fare politica” in analogia, per certi aspetti, con la linea di condotta adottata ai tempi della Prima Internazionale. Organizzazioni, di natura e statuti differenti, partiti, sindacati, associazioni civili, personalità che proponevano aree d’intervento, analisi, sfide, proposte di strategia assai diverse seppero allora realizzare una convergenza, nel rispetto del principio democratico della diversità. E’ un po’ quello che dobbiamo cercare di fare adesso con “Potere al Popolo” avendo chiaro, una volta per tutte, che il movimento in costruzione per la sua eterogeneità non può in alcun modo essere visto come sostitutivo del ruolo e della funzione che deve continuare a svolgere il Partito della Rifondazione Comunista. Potere al Popolo è complementare al nostro partito. Detto ciò noi oggi abbiamo non pochi problemi nel tenere insieme i due momenti, quello che un tempo avremmo definito il momento dell’autonomia con quello dell’unità. Per riuscirci abbiamo bisogno di una specificazione e di un rialzo della nostra capacità di proposta, di direzione politica.

Questo punto specifico merita molta più attenzione di quanto finora è stato fatto. Gran parte delle nostre difficoltà nascono per un problema di quadri di direzione politica, di ricambio generazionale. Vale quello che diceva a suo tempo Gramsci. Senza nulla togliere all’idea del partito come intellettuale collettivo nelle fasi di crisi e di sopravvivenza politica la tenuta dell’elemento coesivo rappresentato da un gruppo dirigente diventa fattore decisivo. Senza questa tenuta la massa delle iscritte e degli iscritti è destinata a squagliarsi. In ragione di ciò  bisogna evitare di  trattare la formazione politica come una Cenerentola. L’attività di formazione e di rinnovamento di quadri capaci di direzione e iniziativa politica, da qui in avanti, deve diventare un compito di prima grandezza. Più in generale. penso che dobbiamo rivedere in radice il nostro modo di funzionare. Avendo chiaro che non c’è più il partito che vive di riflesso ai processi istituzionali, con le risorse che questi processi in crisi garantivano in termini di visibilità, di finanziamento pubblico. In questa situazione bisogna imparare a camminare con le nostre gambe e a contare sulle nostre forze. Il che ci deve indurre a un agire politico più centrato sulle forme di autorganizzazione, di autofinanziamento, di autoproduzione d’informazione.

In tutto ciò siamo ancora al di sotto delle nostre potenzialità. A cominciare dal numero delle iscritte degli iscritti, questione basilare per un partito che voglia definirsi tale. Abbiamo appena fatto un lavoro di ricognizione sul tesseramento, e non solo, con i segretari provinciali e regionali. Siamo in ritardo. L’impressione è che esistano non pochi margini di recupero di adesioni che sono andate perse per strada non tanto per il venir meno di ragioni politiche ma per noncuranza, ritardi, mancato coinvolgimento. Una questione cui porre rimedio, così come per le carenze in materia d autofinanziamento, a livello di realtà territoriali. E’ importante in questo momento essere tutti impegnati nella piena riuscita della campagna 2Xmille, è importante incrementare le sottoscrizioni Rid, ma il problema è anche di fare in modo che tutte le realtà territoriali si dotino di un piano  di reperimento di risorse che vada dalle feste di partito, alle sottoscrizioni, alle cene di autofinanziamento, all’apertura di centri di assistenza fiscale, ecc. Apro una parentesi non di poco conto: le feste di Rifondazione. Al di là di essere una delle più importanti fonti di autofinanziamento le feste costituiscono anche uno dei più importanti momenti di rapporto di massa che il partito è in grado di mettere in campo. L’obiettivo che dobbiamo porci, anche indicando un responsabile nazionale feste, è di andare ad una generalizzazione ad una qualificazione di questi momenti politici. Là dove non si fanno feste locali si faccia ameno una festa regionale. Anche sul piano della comunicazione vanno fatti passi in avanti, tanto più in considerazione  di uno spezzettamento della nostra presenza a livello territoriale. Non si tratta soltanto di perfezionare l’uso degli strumenti a disposizione o la raccolta, l’aggiornamento, l’informatizzazione degli indirizzari degli iscritti e simpatizzanti, strumenti e indirizzi che andranno al più presto sottoposti alle nuove norme di tutela. Il problema riguarda anche gli strumenti di attivazione e di orientamento politico. Quelli di cui disponiamo sono strumenti primordiali. Tra le altre cose non è pensabile che il nostro partito, al di là di “dire fare Rifondazione” sia l’unico a sinistra a non essere dotato di uno strumento cartaceo. Credo che alla segreteria vada dato mandato di verificare la fattibilità di una pubblicazione che risponda all’esigenza di stabilire un legame tra presenza locale e lavoro nazionale.

Questi alcuni problemi e questioni aperte che non possiamo pensare di affrontare semplicemente sul piano volontaristico. E’ evidente che per recuperare difficoltà, inerzie, occorre fare i conti con un partito che non è più un partito di massa ma che in tutta una serie di situazioni può contare su una presenza rarefatta. Continuare ad avere un assetto organizzativo che ricalca ovunque il modello del partito di massa, strutturato in sezioni, federazioni, regionali con designazione, per ogni ambito, di responsabilità e organismi vari non ci fa fare passi in avanti sul piano dell’efficacia politica. Bisogna cominciare a ragionare e a sperimentare una struttura del partito meno ingessata. Una struttura tesa alla valorizzazione delle assemblee delle iscritte e degli iscritti, alla realizzazione di sinergie tra aree provinciali e in taluni casi anche regionali – vedi il caso della Valle d’Aosta e Piemonte -, alla realizzazione di accorpamenti per aree omogenee ( vedi il caso della Federazione Castelli con Roma), alla regionalizzazione del partito non solo nelle aree più piccole. Regionalizzazione anche come rafforzamento del ruolo di direzione dei regionali. In particolare occorre aprire un ragionamento, come è stato fatto recentemente in occasione dei Congressi regionali in Abruzzo e Sicilia, su forme di sperimentazione – l’organizzazione del partito in strutture e funzioni per macroaree – in grado di segnare e ricostruire una presenza in situazioni mal funzionanti o di presenza venuta meno. In una parola occorre rendere il partito più aderente alle peculiarità e alla presenza reale nei territori. Snellimento e maggiore rispondenza degli organismi dirigenti in non pochi casi sovradimensionati o fermi ad una idea tradizionale della politica. Organismi che devono garantire un più puntuale rapporto con i territori, a tutti i livelli, dalle istanze superiori alle istanze inferiori, in termini di costante flusso di proposte, di interscambio, di verifica del lavoro svolto. Coerentemente a questo processo di riorganizzazione credo che sia opportuno mettere a tema la proposta, in prospettiva, di una revisione /semplificazione dello Statuto del Partito attualmente in vigore.

Non vado oltre. Penso che sia più importante tracciare un indirizzo che fare una lista della spesa. E’ evidente però che, in previsione di un maggiore radicamento del partito nella società, nei luoghi di lavoro, è essenziale dare centralità alle istanze delle lavoratrici e dei lavoratori, delle donne, dei giovani anche attraverso l’indizione di apposite Conferenze.

Diceva Forenza, in apertura a questo nostro Convegno, che il comunismo è rifondazione. Credo che questo sia un concetto importante per definire anche il nostro impegno pratico politico di attualizzazione e di rilancio del partito. Come diceva Gramsci i comunisti non saranno mai conservatori ma lasceranno sempre aperta la porta verso il meglio. Se così deve essere allora da questo incontro non si deve uscire semplicemente con un’esortazione. L’idea da cui muoviamo è quella di un nuovo inizio, della possibilità, che oggi abbiamo, di lavorare a una prospettiva ricostruttiva degli elementi di originalità, di autonomia, di diversità di una forza comunista e insieme ricostruttiva di un movimento antiliberista. Un lavoro che ha bisogno di un investimento di fiducia, di rompere con certi discorsi impregnati di negatività, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non individuano i nuovi conflitti e le nuove possibilità di cambiamento. Permettetemi di chiudere con un pensiero dedicato a un compagno scomparso nei giorni scorsi che ha dato molto in termini di impegno pratico politico: il compagno Pierluigi Zuccolo segretario provinciale di Imperia, c o. he tanto avrebbe voluto essere qui con noi a parlare del futuro del nostro partito.

Festa di Rifondazione Comunista – Assemblea Nazionale dei segretari e delle segretarie provinciali, regionali e di circolo del PRC- SE

12 Set

Introduce Ezio Locatelli, responsabile organizzazione.
Intervengono Lidia Menapace, partigiana, femminista, saggista; Loris Caruso, studioso movimenti sociali, teoria politica, conflitti del lavoro; Roberta Fantozzi, responsabile programma, Ciccio Auletta, Rete delle Città in Comune.
Conclude: Maurizio Acerbo, segretario nazionale Prc-Se.

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Anche a Torino una coalizione per l’eguaglianza e la giustizia sociale. Locatelli (Prc-Se): cambiamento e centrosinistra diventati termini inconciliabili

20 Lug

 

sinistra1Bene, anche a Torino si parte. Lunedì 24 luglio, alle ore 17,30, all’Unione Culturale di Via Cesare Battisti, presente Tommaso Montanari, si terrà un primo incontro per dare vita a una grande coalizione civica, di sinistra, alternativa al Pd, al centrodestra e al M5S. Un incontro in preparazione di una grande assemblea provinciale che si terrà a settembre con l’obiettivo di unire tutte quelle forze, associazioni, partiti, cittadini che intendono battersi per l’eguaglianza e la giustizia sociale, che intendono lottare per l’attuazione dei principi e dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione in tema di lavoro, ambiente, pace, diritto allo studio, scuola pubblica, equità fiscale, inclusione sociale. “Questi principi e diritti – dichiara il segretario provinciale Prc-Se Ezio Locatelli – sono stati grandemente calpestati dai governi di centrodestra e centrosinistra che hanno agito in questi anni nel solo interesse dei mercati, delle banche, dei poteri economici. Si tratta oggi di costruire un’alleanza popolare che ridia speranza, fiducia e rappresentanza a quella stragrande maggioranza del Paese che vive una condizione di precarietà, di disagio sociale, che non crede più agli inganni delle politiche liberiste e di austerità”. Locatelli, a nome di Rifondazione Comunista, manifesta il forte interesse al progetto delineato all’assemblea del Brancaccio da Montanari: “Rifondazione Comunista al pari di altre realtà sociali e politiche intende essere partecipe e parte attiva di un progetto che se portato avanti con coerenza, linearità, può riaprire la partita del cambiamento politico in Italia. Una delle caratteristiche che più ci convince di questo progetto è la discontinuità con le esperienze istituzionali precedenti che si rifanno al centrosinistra. L’operazione di Pisapia, Bersani, D’Alema e compagnia varia non porta da nessuna parte. Cambiamento e centrosinistra sono diventati termini inconciliabili”.

Torino, 20 luglio 2017

Alla vigilia di un’esplosione sociale

8 Lug

DireFare_luglio17245di Ezio Locatelli*

Possiamo, una volta tanto, non limitarci a guardare i dati di superficie? Occorrerebbe, come sinistra, fare come i vulcanologi i quali, per sondare l’imminenza o meno dei fenomeni eruttivi, più che guardare la sommità dei vulcani prestano attenzione alle turbolenze che sono nel profondo. Certo, a prima vista, la situazione appare un poco paradossale. Siamo nel pieno di una crisi del capitalismo e del neoliberismo come modalità di governo della società. Una crisi insostenibile che sta devastando l’esistenza di una immensa quantità di persone. Eppure, in Italia, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, poco si muove nella realtà con qualche eccezione: la recente manifestazione nazionale contro l’imbroglio dei voucher, lo sciopero nel settore dei trasporti, le vertenze a livello di territori. Ed ancora, non ci sono allo stato attuale forze politiche e di movimento in grado di essere, di per sé, punto di riferimento. Anche qui con qualche eccezione. L’assemblea del Brancaccio del 18 giugno, con la sua idea di costruire una larga coalizione sociale, di sinistra, antiliberista, uno spiraglio l’ha aperto.-

Uno spiraglio che va allargato sapendo delle difficoltà del momento che non sono semplicemente di carattere elettorale. L’imporsi in questi anni, senza più limiti di potere, della dogmatica d’impresa, di mercato, ha finito per disgregare diritti, tutele, fattori di coesione sociale e del mondo del lavoro. Ha finito per creare uno stato di insicurezza e vulnerabilità, un diffuso senso di isolamento e di paura che ha tolto alle persone risorse e coraggio di agire. Col risultato che le privazioni e le sofferenze sociali in essere, al di là di essere diffuse, appaiono disperse quanto le manifestazioni di dissenso che si producono.

Per l’appunto, nell’immediato, manca l’evidenza di un inversione di rotta. La qual cosa induce una parte della sinistra a non oltrepassare la linea del meno peggio, a stare sul piano della difesa raccogliticcia di qualche scampolo del vecchio sistema. L’operazione messa in atto da Pisapia e compagnia varia, il tentativo di attuare il ritorno a un centrosinistra ulivista, va esattamente in questa direzione. Un tentativo obsoleto, di galleggiamento, che non coglie la crisi di legittimità e di rappresentanza di un sistema declinante. Che non coglie i sommovimenti di rabbia e di protesta che sono in atto e le loro potenzialità. Già in occasione del 4 dicembre scorso si è sottovalutato – in questo caso per nostra fortuna – l’impatto di sommovimenti che sono risultati un fattore decisivo per il successo del No alla controriforma della Costituzione. Nel caso specifico poco o nulla ha potuto fare la propaganda ingannevole del governo Renzi. Non commettiamo ancora una volta lo sbaglio di non vedere il disagio e l’avversione che cova nel profondo della società nei confronti delle politiche di austerità, di spoliazione di diritti, di svalutazione e precarizzazione del lavoro. Soprattutto di sminuirne la portata. La misura è colma. Come per ogni situazione satura un nonnulla può essere sufficiente a innescare un’esplosione sociale.

Dunque, contrariamente all’idea superficiale di una situazione statica, di una invariabilità del quadro sociale e politico, di scarse prospettive di fuoriuscita della crisi che stiamo attraversando, questo è un momento segnato da molti fattori di instabilità destinati a mutare il quadro, a produrre un cambiamento. A quali condizioni? Su quest’ultimo punto ci vuole chiarezza. Non esiste alcuna possibilità di fare passi in avanti, alcuna “garanzia” di cambiamenti in positivo senza aver guadagnato una ripresa di lotte popolari e una convergenza delle forze di sinistra, antiliberiste, impegnate nell’opposizione alle politiche di governo e padronato. Ripresa del conflitto e unità, dunque, come duplice sfida e impegno politico per innescare una dinamica di cambiamento.

Una possibilità che c’è a condizione altresì di combattere pessimismo, povertà di immaginazione, falsa coscienza. E’ assurdo continuare a pensare, mentre siamo innanzi al precipitare di una crisi di sistema, che la costruzione di un’alternativa sia cosa irrealizzabile. Scriveva Gramsci: “uno degli idoli più comuni è quello di credere che tutto ciò che esiste è naturale esista”. Dobbiamo buttare a gambe all’aria questi idoli e quei discorsi che parlano solo di crisi ma non della possibilità di liberarsene, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non agiscono i nuovi conflitti, le possibilità di costruire il cambiamento. Sta a ognuno e ognuna di noi consentire che un nuovo senso del possibile e del cambiamento si faccia strada.

*segreteria nazionale, responsabile organizzazione PRC -SE

da:  “Dire, fare Rifondazione” luglio 2017

 

Ricostruire cultura della partecipazione e della militanza

11 Mag

DSCF3221di Ezio Locatelli* –

Raccogliamo le nostre forze e mettiamoci in movimento. Facciamolo con rinnovata fiducia. L’aver fatto un buon congresso non era per niente scontato dopo anni di resistenza vissuta affrontando difficoltà a non finire, le difficoltà derivanti da un quadro di sconfitta sociale, di estromissione dalle istituzioni. Dopo aver percorso il tratto più difficile della nostra storia diversi segnali – la vittoria referendaria in difesa della Costituzione, le manifestazioni promosse dalle donne in tutte le maggiori città del mondo e qui in Italia, l’affermazione delle sinistre antiliberiste in diversi Paesi d’Europa – dicono che siamo giunti a un punto da cui si può ripartire, superando una fase di rassegnazione. C’è un fatto di novità. La fine del “credo” in un sistema che ha disatteso le tante promesse di prosperità, democrazia, pace apre a un momento di possibilità. O più precisamente, per usare le parole di Samir Amin, un “momento in cui tutto è possibile, il meglio e il peggio. I giochi sono aperti. Le lotte politiche e sociali, con i loro successi e insuccessi, determineranno quello che sarà il futuro prossimo”.

E’ proprio in ragione di ciò che vanno rifiutati tutti i discorsi che cercano di convincerci della nostra impotenza, i discorsi intrisi di negatività, che parlano solo di crisi ma non della possibilità di liberarsene, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non individuano e agiscono i nuovi conflitti, le nuove possibilità di rompere il cerchio, di costruire il cambiamento. Sta a noi vedere e interpretare questa nuova fase, lavorare per una opposizione sociale che rovesci la crisi su chi l’ha prodotta, avendo chiaro che la strategia del meno peggio non regge più. Una strategia siffatta finisce per diventare elemento di logoramento e di continua perdita di attendibilità. E ancora, sta a noi lavorare a un processo di ricostruzione che insieme al rafforzamento di Rifondazione Comunista assuma il tema della costruzione di una sinistra della trasformazione sociale, di una sinistra che deve riguadagnare la forza di trasformare la contestazione all’esistente in un progetto di cambiamento.

Perché questo avvenga occorre lavorare, in ogni realtà e luogo in cui siamo presenti, a un forte dispiegamento organizzativo. L’obiettivo è ricostruire, in forme aggiornate, una cultura della partecipazione e della militanza politica come cultura di liberazione collettiva. Come diceva Marx “la storia non fa niente”. Quello che conta sono gli uomini e le donne che agiscono nelle condizioni date per crearsi un avvenire con la propria azione concreta. Sta a noi consentire che un nuovo senso del possibile e del cambiamento si faccia strada.

*segreteria nazionale, responsabile organizzazione Prc-Se