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Spoleto 4, 5, 6 Maggio 2018 – Ridefinizione e rilancio della capacità organizzativa e dell’iniziativa politica di Rifondazione Comunista

29 Mag

tessera2018smallIntervento di Ezio Locatelli

Quelli che mi hanno preceduto, in tema di partito, di movimenti reali, sono stati interventi alquanto approfonditi e interessanti. Ora, memori di Marx quando diceva che “non basta interpretare il mondo, bisogna trasformarlo”, credo sia importante che la riflessione sia strettamente intrecciata alle questioni più propriamente pratiche, quelle che più attengono all’organizzazione delle nostre forze. Questioni che vanno affrontate, a mio avviso, avendo chiari due punti preliminari. Mi scuso se sconfino in argomenti già toccati, ma c’è un rapporto di coerenza, un intreccio di pensiero, di compiti di cui tener conto. Primo punto: considero il partito una forma di organizzazione ancora attuale. Il partito nei termini di un’organizzazione permanente di uomini e donne che scelgono di uscire dalla loro solitudine, associandosi. Il partito come arma dei deboli nella lotta contro i forti. Attualissimo Gramsci quando scrive del “dovere dell’organizzazione” e della propaganda di questo dovere come “il discriminante tra marxisti e non marxisti”. Secondo punto riallacciandomi anche in questo ad alcune cose già dette. Noi non stiamo vivendo una fase in cui prevalga l’acquiescenza, stiamo vivendo una fase in subbuglio. Una fase in cui non c’è posto per un partito statico, per gli atteggiamenti consuetudinari. Il partito di cui abbiamo bisogno è un partito in movimento che si confronta con le condizioni date della lotta politica, un partito capace non solo di memoria ma di reinventarsi, di progettare la trasformazione.

Io penso che questi due punti siano fondanti del lavoro che dobbiamo fare circa l’adeguamento della nostra soggettività. Un lavoro non semplice. Penso alla realtà che abbiamo di fronte. Una realtà ancora viva ma scomposta nei suoi aggregati fondamentali, una realtà depoliticizzata che ha grandemente introiettato il rovesciamento del conflitto di classe. Una realtà che deve fare i conti con il disconoscimento, proprio della fase del finanzcapitalismo, di qualsiasi pratica democratica e di rappresentanza delle classi subalterne.

Abbiamo oggi la possibilità di invertire queste tendenze, di andare oltre un impegno di resistenza? Io penso di sì se si guarda al neoliberismo come esperimento fallito, alla voglia di cambiamento radicale che c’è. Certo, non ci sono sbocchi predeterminati, ci sono sbocchi tendenzialmente contrapposti in cui, come diceva Caruso, può succedere di tutto. Ma è proprio per questa ragione che il momento attuale è anche un momento di possibilità in cui ricominciare a fare cose positive, costruttive, innovative con una idea della militanza politica da riscoprire nel suo significato originario, come attività costituente, di ricostruzione di movimenti di lotta, di conflitto sociale, di relazioni sociali e non semplicemente come costruzione di rappresentanza. Tanto più nel momento in cui, come sottolineava Ferrero, il piano della rappresentanza è in crisi.

Dicevo del dovere dell’organizzazione. Questo non ci deve portare ad avere una idea totalizzante del partito, una idea che da tempo non è più in grado di rispondere a una molteplicità di istanze partecipative. Proprio per questo penso che insieme al rafforzamento del partito il problema sia di superamento di qualsiasi forma di autoreferenzialità e separatezza. Per farlo bisogna costruire un intorno sociale, culturale, associativo che dia la possibilità di entrare in rapporto con contributi di partecipazione esterna. Da qui la necessità di una riorganizzazione delle nostre sedi. Oltre ad essere sedi di Rifondazione Comunista – e tali devono rimanere a tutti gli effetti – le sedi a nostra disposizione devono diventare luoghi di confronto, di mobilitazione, di sperimentazione. Luoghi in cui stabilire un punto di incontro tra organizzazione e partecipazione. Luoghi in cui possano trovare posto diverse gradazioni di militanza, attività di carattere sociale, culturale, associativo con cui stabilire l’alimentazione di un confronto reciproco. In una parola facciamo che le nostre sedi siano anche Case del Popolo. Su questi temi, in particolare sul tema delle pratiche sociali, la proposta che avanziamo è una tre giorni di discussione per il 6-7-8 luglio a Salerno.

A proposito della necessità di contrastare la dispersione delle forze antiliberiste. Samir Amin, in un saggio di qualche anno fa, scriveva che bisogna cambiare la “maniera di fare politica” in analogia, per certi aspetti, con la linea di condotta adottata ai tempi della Prima Internazionale. Organizzazioni, di natura e statuti differenti, partiti, sindacati, associazioni civili, personalità che proponevano aree d’intervento, analisi, sfide, proposte di strategia assai diverse seppero allora realizzare una convergenza, nel rispetto del principio democratico della diversità. E’ un po’ quello che dobbiamo cercare di fare adesso con “Potere al Popolo” avendo chiaro, una volta per tutte, che il movimento in costruzione per la sua eterogeneità non può in alcun modo essere visto come sostitutivo del ruolo e della funzione che deve continuare a svolgere il Partito della Rifondazione Comunista. Potere al Popolo è complementare al nostro partito. Detto ciò noi oggi abbiamo non pochi problemi nel tenere insieme i due momenti, quello che un tempo avremmo definito il momento dell’autonomia con quello dell’unità. Per riuscirci abbiamo bisogno di una specificazione e di un rialzo della nostra capacità di proposta, di direzione politica.

Questo punto specifico merita molta più attenzione di quanto finora è stato fatto. Gran parte delle nostre difficoltà nascono per un problema di quadri di direzione politica, di ricambio generazionale. Vale quello che diceva a suo tempo Gramsci. Senza nulla togliere all’idea del partito come intellettuale collettivo nelle fasi di crisi e di sopravvivenza politica la tenuta dell’elemento coesivo rappresentato da un gruppo dirigente diventa fattore decisivo. Senza questa tenuta la massa delle iscritte e degli iscritti è destinata a squagliarsi. In ragione di ciò  bisogna evitare di  trattare la formazione politica come una Cenerentola. L’attività di formazione e di rinnovamento di quadri capaci di direzione e iniziativa politica, da qui in avanti, deve diventare un compito di prima grandezza. Più in generale. penso che dobbiamo rivedere in radice il nostro modo di funzionare. Avendo chiaro che non c’è più il partito che vive di riflesso ai processi istituzionali, con le risorse che questi processi in crisi garantivano in termini di visibilità, di finanziamento pubblico. In questa situazione bisogna imparare a camminare con le nostre gambe e a contare sulle nostre forze. Il che ci deve indurre a un agire politico più centrato sulle forme di autorganizzazione, di autofinanziamento, di autoproduzione d’informazione.

In tutto ciò siamo ancora al di sotto delle nostre potenzialità. A cominciare dal numero delle iscritte degli iscritti, questione basilare per un partito che voglia definirsi tale. Abbiamo appena fatto un lavoro di ricognizione sul tesseramento, e non solo, con i segretari provinciali e regionali. Siamo in ritardo. L’impressione è che esistano non pochi margini di recupero di adesioni che sono andate perse per strada non tanto per il venir meno di ragioni politiche ma per noncuranza, ritardi, mancato coinvolgimento. Una questione cui porre rimedio, così come per le carenze in materia d autofinanziamento, a livello di realtà territoriali. E’ importante in questo momento essere tutti impegnati nella piena riuscita della campagna 2Xmille, è importante incrementare le sottoscrizioni Rid, ma il problema è anche di fare in modo che tutte le realtà territoriali si dotino di un piano  di reperimento di risorse che vada dalle feste di partito, alle sottoscrizioni, alle cene di autofinanziamento, all’apertura di centri di assistenza fiscale, ecc. Apro una parentesi non di poco conto: le feste di Rifondazione. Al di là di essere una delle più importanti fonti di autofinanziamento le feste costituiscono anche uno dei più importanti momenti di rapporto di massa che il partito è in grado di mettere in campo. L’obiettivo che dobbiamo porci, anche indicando un responsabile nazionale feste, è di andare ad una generalizzazione ad una qualificazione di questi momenti politici. Là dove non si fanno feste locali si faccia ameno una festa regionale. Anche sul piano della comunicazione vanno fatti passi in avanti, tanto più in considerazione  di uno spezzettamento della nostra presenza a livello territoriale. Non si tratta soltanto di perfezionare l’uso degli strumenti a disposizione o la raccolta, l’aggiornamento, l’informatizzazione degli indirizzari degli iscritti e simpatizzanti, strumenti e indirizzi che andranno al più presto sottoposti alle nuove norme di tutela. Il problema riguarda anche gli strumenti di attivazione e di orientamento politico. Quelli di cui disponiamo sono strumenti primordiali. Tra le altre cose non è pensabile che il nostro partito, al di là di “dire fare Rifondazione” sia l’unico a sinistra a non essere dotato di uno strumento cartaceo. Credo che alla segreteria vada dato mandato di verificare la fattibilità di una pubblicazione che risponda all’esigenza di stabilire un legame tra presenza locale e lavoro nazionale.

Questi alcuni problemi e questioni aperte che non possiamo pensare di affrontare semplicemente sul piano volontaristico. E’ evidente che per recuperare difficoltà, inerzie, occorre fare i conti con un partito che non è più un partito di massa ma che in tutta una serie di situazioni può contare su una presenza rarefatta. Continuare ad avere un assetto organizzativo che ricalca ovunque il modello del partito di massa, strutturato in sezioni, federazioni, regionali con designazione, per ogni ambito, di responsabilità e organismi vari non ci fa fare passi in avanti sul piano dell’efficacia politica. Bisogna cominciare a ragionare e a sperimentare una struttura del partito meno ingessata. Una struttura tesa alla valorizzazione delle assemblee delle iscritte e degli iscritti, alla realizzazione di sinergie tra aree provinciali e in taluni casi anche regionali – vedi il caso della Valle d’Aosta e Piemonte -, alla realizzazione di accorpamenti per aree omogenee ( vedi il caso della Federazione Castelli con Roma), alla regionalizzazione del partito non solo nelle aree più piccole. Regionalizzazione anche come rafforzamento del ruolo di direzione dei regionali. In particolare occorre aprire un ragionamento, come è stato fatto recentemente in occasione dei Congressi regionali in Abruzzo e Sicilia, su forme di sperimentazione – l’organizzazione del partito in strutture e funzioni per macroaree – in grado di segnare e ricostruire una presenza in situazioni mal funzionanti o di presenza venuta meno. In una parola occorre rendere il partito più aderente alle peculiarità e alla presenza reale nei territori. Snellimento e maggiore rispondenza degli organismi dirigenti in non pochi casi sovradimensionati o fermi ad una idea tradizionale della politica. Organismi che devono garantire un più puntuale rapporto con i territori, a tutti i livelli, dalle istanze superiori alle istanze inferiori, in termini di costante flusso di proposte, di interscambio, di verifica del lavoro svolto. Coerentemente a questo processo di riorganizzazione credo che sia opportuno mettere a tema la proposta, in prospettiva, di una revisione /semplificazione dello Statuto del Partito attualmente in vigore.

Non vado oltre. Penso che sia più importante tracciare un indirizzo che fare una lista della spesa. E’ evidente però che, in previsione di un maggiore radicamento del partito nella società, nei luoghi di lavoro, è essenziale dare centralità alle istanze delle lavoratrici e dei lavoratori, delle donne, dei giovani anche attraverso l’indizione di apposite Conferenze.

Diceva Forenza, in apertura a questo nostro Convegno, che il comunismo è rifondazione. Credo che questo sia un concetto importante per definire anche il nostro impegno pratico politico di attualizzazione e di rilancio del partito. Come diceva Gramsci i comunisti non saranno mai conservatori ma lasceranno sempre aperta la porta verso il meglio. Se così deve essere allora da questo incontro non si deve uscire semplicemente con un’esortazione. L’idea da cui muoviamo è quella di un nuovo inizio, della possibilità, che oggi abbiamo, di lavorare a una prospettiva ricostruttiva degli elementi di originalità, di autonomia, di diversità di una forza comunista e insieme ricostruttiva di un movimento antiliberista. Un lavoro che ha bisogno di un investimento di fiducia, di rompere con certi discorsi impregnati di negatività, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non individuano i nuovi conflitti e le nuove possibilità di cambiamento. Permettetemi di chiudere con un pensiero dedicato a un compagno scomparso nei giorni scorsi che ha dato molto in termini di impegno pratico politico: il compagno Pierluigi Zuccolo segretario provinciale di Imperia, c o. he tanto avrebbe voluto essere qui con noi a parlare del futuro del nostro partito.

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Alla vigilia di un’esplosione sociale

8 Lug

DireFare_luglio17245di Ezio Locatelli*

Possiamo, una volta tanto, non limitarci a guardare i dati di superficie? Occorrerebbe, come sinistra, fare come i vulcanologi i quali, per sondare l’imminenza o meno dei fenomeni eruttivi, più che guardare la sommità dei vulcani prestano attenzione alle turbolenze che sono nel profondo. Certo, a prima vista, la situazione appare un poco paradossale. Siamo nel pieno di una crisi del capitalismo e del neoliberismo come modalità di governo della società. Una crisi insostenibile che sta devastando l’esistenza di una immensa quantità di persone. Eppure, in Italia, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, poco si muove nella realtà con qualche eccezione: la recente manifestazione nazionale contro l’imbroglio dei voucher, lo sciopero nel settore dei trasporti, le vertenze a livello di territori. Ed ancora, non ci sono allo stato attuale forze politiche e di movimento in grado di essere, di per sé, punto di riferimento. Anche qui con qualche eccezione. L’assemblea del Brancaccio del 18 giugno, con la sua idea di costruire una larga coalizione sociale, di sinistra, antiliberista, uno spiraglio l’ha aperto.-

Uno spiraglio che va allargato sapendo delle difficoltà del momento che non sono semplicemente di carattere elettorale. L’imporsi in questi anni, senza più limiti di potere, della dogmatica d’impresa, di mercato, ha finito per disgregare diritti, tutele, fattori di coesione sociale e del mondo del lavoro. Ha finito per creare uno stato di insicurezza e vulnerabilità, un diffuso senso di isolamento e di paura che ha tolto alle persone risorse e coraggio di agire. Col risultato che le privazioni e le sofferenze sociali in essere, al di là di essere diffuse, appaiono disperse quanto le manifestazioni di dissenso che si producono.

Per l’appunto, nell’immediato, manca l’evidenza di un inversione di rotta. La qual cosa induce una parte della sinistra a non oltrepassare la linea del meno peggio, a stare sul piano della difesa raccogliticcia di qualche scampolo del vecchio sistema. L’operazione messa in atto da Pisapia e compagnia varia, il tentativo di attuare il ritorno a un centrosinistra ulivista, va esattamente in questa direzione. Un tentativo obsoleto, di galleggiamento, che non coglie la crisi di legittimità e di rappresentanza di un sistema declinante. Che non coglie i sommovimenti di rabbia e di protesta che sono in atto e le loro potenzialità. Già in occasione del 4 dicembre scorso si è sottovalutato – in questo caso per nostra fortuna – l’impatto di sommovimenti che sono risultati un fattore decisivo per il successo del No alla controriforma della Costituzione. Nel caso specifico poco o nulla ha potuto fare la propaganda ingannevole del governo Renzi. Non commettiamo ancora una volta lo sbaglio di non vedere il disagio e l’avversione che cova nel profondo della società nei confronti delle politiche di austerità, di spoliazione di diritti, di svalutazione e precarizzazione del lavoro. Soprattutto di sminuirne la portata. La misura è colma. Come per ogni situazione satura un nonnulla può essere sufficiente a innescare un’esplosione sociale.

Dunque, contrariamente all’idea superficiale di una situazione statica, di una invariabilità del quadro sociale e politico, di scarse prospettive di fuoriuscita della crisi che stiamo attraversando, questo è un momento segnato da molti fattori di instabilità destinati a mutare il quadro, a produrre un cambiamento. A quali condizioni? Su quest’ultimo punto ci vuole chiarezza. Non esiste alcuna possibilità di fare passi in avanti, alcuna “garanzia” di cambiamenti in positivo senza aver guadagnato una ripresa di lotte popolari e una convergenza delle forze di sinistra, antiliberiste, impegnate nell’opposizione alle politiche di governo e padronato. Ripresa del conflitto e unità, dunque, come duplice sfida e impegno politico per innescare una dinamica di cambiamento.

Una possibilità che c’è a condizione altresì di combattere pessimismo, povertà di immaginazione, falsa coscienza. E’ assurdo continuare a pensare, mentre siamo innanzi al precipitare di una crisi di sistema, che la costruzione di un’alternativa sia cosa irrealizzabile. Scriveva Gramsci: “uno degli idoli più comuni è quello di credere che tutto ciò che esiste è naturale esista”. Dobbiamo buttare a gambe all’aria questi idoli e quei discorsi che parlano solo di crisi ma non della possibilità di liberarsene, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non agiscono i nuovi conflitti, le possibilità di costruire il cambiamento. Sta a ognuno e ognuna di noi consentire che un nuovo senso del possibile e del cambiamento si faccia strada.

*segreteria nazionale, responsabile organizzazione PRC -SE

da:  “Dire, fare Rifondazione” luglio 2017

 

Spiragli di cultura critica. Mettiamoli a frutto col tesseramento 2017

24 Mag

tesseramento2017testa-300x104di Ezio Locatelli *

Quanto di positivo abbiamo fatto con l’ultimo congresso nazionale del partito va messo a frutto puntando, tra le altre cose, a un incremento degli iscritti per il 2017 a Rifondazione Comunista. L’obiettivo è a portata di mano tenuto conto che in occasione dei congressi di Circolo il 66% delle compagne e dei compagni iscritti nel 2016 ha scelto di rinnovare l’iscrizione per l’anno in corso. Una partenza per così dire “bruciante”. Se così è stato nel primo periodo dell’anno allora vuol dire che è possibile lavorare da subito e nei mesi a venire per un allargamento dei punti di contatto e delle adesioni. Già ora non sono poche le realtà territoriali che registrano un aumento d’interesse intorno al partito.

Non sottovalutiamo quello che è sempre di più un dato di fatto. Esaurita qualsiasi spinta propulsiva il liberismo odierno si regge sull’idea di una “mancanza di alternative”. Un’idea frammista a insofferenza per le tante promesse tradite, per una crisi fondata sempre più su disuguaglianze, disoccupazione, povertà. La vittoria del “N0” al referendum del 4 dicembre scorso ci dice di una crisi di rigetto che sta covando nel profondo della società, specie in quella parte più colpita dalle politiche di austerità e dalla spoliazione di diritti. Ebbene, là dove si è impegnati a ricreare legami, resistenza, a mettere in campo una risposta politica viene anche meno, in una certa qual misura, il senso d’impotenza, di sottomissione, si aprono spiragli di cultura critica.

Niente di particolarmente vistoso ma segnali che vanno colti, che cominciano a esserci in controtendenza ai processi di crisi della politica. Compagne e compagni di diversa provenienza che vedono in Rifondazione Comunista un appiglio, una delle poche forze organizzate a livello di territorio e, al contempo, una forza unitaria a livello di movimento e di sinistra antiliberista. Insisto su quest’ultimo punto: la necessità che abbiamo come Rifondazione e sinistra tutta di un salto di dimensione, di un’uscita dall’insignificanza politica cui ci vogliono costringere. La lotta per il cambiamento richiede la ricostruzione di grandi forze. Ecco perché l’impegno al rilancio di Rifondazione Comunista non può che andare di pari passo all’impegno per la ricomposizione delle forze antiliberiste e di sinistra alternativa. Non due piani di impegno separati ma complementari, necessari l’uno all’altro. Prestiamo attenzione alle potenzialità positive che rendono possibile, oltre che necessario, svolgere questo lavoro di ricostruzione politica.

* segreteria nazionale, responsabile organizzativo Prc-Se

Partito organizzato e unità: due facce della stessa medaglia

10 Gen

dire-fare-rifo-gennaio-17di Ezio Locatelli
Partiti liquidi che nascono sul terreno elettorale. Partiti di corto respiro, senza identità definite e fondamento sociale, che nascono e muoiono nel giro pochi anni. Ce ne sono stati tanti in Italia dopo la fine della prima Repubblica, a destra come a sinistra. L’ultima formazione che si è sciolta, ad appena sei anni dalla sua nascita – una vera e propria meteora politica – è Sel. Fallita la missione originaria – il rilancio del centrosinistra fondato sull’alleanza col Pd – Sel ha deciso di concludere la propria esistenza senza nemmeno bisogno di svolgere un Congresso. C’è da fare, come da tempo caldeggiato dai gruppi parlamentari di sinistra, un nuovo soggetto politico. Niente di nuovo sotto il sole. Siamo ancora nel segno di una predominanza delle dinamiche istituzionali quando invece ci sarebbe l’impellente necessità, per spostare l’asse e la direzione della politica italiana, di incidere sul corso reale delle cose.
Non ci sono scorciatoie da prendere. Ogni discorso sulla ricostruzione della soggettività di sinistra deve fare i conti con la rottura che si è prodotta negli ultimi decenni tra masse subalterne e riferimenti politici tradizionali. Una rottura talmente profonda da rendere del tutto illusorio pensare che la condizione sociale e lavorativa parli da sé, che di per sé spinga nel senso di una rappresentanza di sinistra. Oggi più che mai ogni discorso sulla ricostruzione di una soggettività di sinistra o si produce come fatto reale – radicamento sociale e organizzativo, partecipazione, riattivazione del conflitto – oppure è destinato a fare un buco nell’acqua. In altre parole c’è bisogno di una sinistra come strumento capace di affrontare i problemi della società, di organizzare un movimento di lotta politica, sociale, culturale contro governi e poteri impegnati a fare il gioco dell’economia e dei mercati finanziari, contro le diverse forme di sfruttamento e di spoliazione capitalistiche. Questo bisogno pone con forza il tema della costruzione di una pratica e di una strategia della trasformazione – in definitiva la funzione storico-politica della sinistra e dei comunisti non può che essere questa – al di là della dimensione istituzionale e della rappresentanza che pure è importante ma solo in funzione di un accumulo di forze.
Mettiamola così. Il lavoro politico non può che essere prioritariamente ed in larga misura lavoro sociale, lavoro rivolto al sostegno attivo e all’organizzazione degli interessi della parte più debole della società. L’obiettivo è cambiare l’assetto sociale esistente e, conseguentemente, quello istituzionale che lo esprime. Un assetto profondamente snaturato, degradato, sempre più funzionale ai poteri forti di comando. È vero che il 5 dicembre, con la straordinaria vittoria del No, si è sventato il tentativo del governo Renzi di andare allo stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza e con esso il tentativo di superamento della democrazia parlamentare, di cancellazione definitiva dei principi del pluralismo politico e della democrazia redistributiva. È vero che abbiamo inferto un duro colpo a quanti volevano dare piena attuazione ad un’idea di democrazia autoritaria più consona ai voleri del grande padronato, dei poteri forti, della finanza speculativa. Ma detto ciò bisogna essere consapevoli del fatto che è stata vinta una battaglia, non la guerra. Adesso bisogna battersi perché la Costituzione trovi applicazione, perché torni a essere effettivamente un progetto democratico e di dignità sociale. Bisogna battersi per aprire una stagione di lotte sociali che mettano al centro i diritti e la dignità del lavoro, la difesa della scuola e della sanità pubblica, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze sociali, la lotta per la pace contro l’insorgenza di vecchi e nuovi populismi reazionari.
Ultima notazione. Al di là della vittoria referendaria a difesa della Costituzione rimane da riempire un grande vuoto politico per l‘assenza di adeguati riferimenti a sinistra. In questo quadro la costruzione di uno schieramento ampio, plurale di sinistra – non partiti più o meno nuovi che si dichiarano autosufficienti – in alternativa al Pd, uno schieramento capace di catalizzare le energie sociali tuttora presenti ma disperse, è indispensabile. Ecco il doppio compito che ci sta davanti: costruire una soggettività militante, nel segno della rifondazione comunista, impegnata nella realtà effettiva delle lotte, nella ripresa di nuovo protagonismo sociale e fare di questa soggettività un punto di coagulo e di unità con tutte le forze antiliberiste. Lavoriamo al rafforzamento di Rifondazione Comunista come partito organizzato e all’aggregazione di una soggettività larga della sinistra come a due facce della stessa medaglia.

Diamo valore alla nostra soggettività: rilanciamo il tesseramento a Rifondazione Comunista

11 Nov

150702manifestodi Ezio Locatelli*
Quest’anno, con molto anticipo, sono a disposizione le tessere 2016 per le quali abbiamo scelto di dare figurazione ad una delle più dirompenti crisi del nostro tempo, la “crisi dei migranti”: Lo abbiamo fatto nel suo doppio risvolto: da una parte l’immagine di una fuga in massa da guerre, povertà, persecuzioni che in gran parte, come sappiamo, sono fomentate dalle potenze occidentali; dall’altra l’immagine di profughi che camminano sui binari in cerca di strade nuove contro polizie e confini fortificati a ricordarci che la patria degli sfruttati, degli oppressi, dei proletari è il mondo intero.
Ovviamente la messa a disposizione delle nuove tessere non deve frenare ma, al contrario, spingere al completamento del tesseramento 2015 rispetto al quale va segnalato un dato positivo. Per la prima volta, sulla base di elementi di maggiore chiarezza e garanzia, è stato distribuito un numero di tessere maggiore rispetto all’anno precedente previo pagamento della quota di spettanza del nazionale. Questo non significa che non ci siano ritardi da recuperare in diverse federazioni – là dove ci sono ritardi suggeriamo di far coincidere l’iscrizione 2015 a un’anticipazione del rinnovo 2016 – ma certamente un passo in avanti è stato fatto rispetto ad una gestione del tesseramento, in qualche caso, condotta in maniera approssimativa.
L’impegno, adesso, è di fare un altro passo in avanti. Per l’anno prossimo possiamo e dobbiamo puntare a un’inversione di tendenza, ad una crescita degli iscritti e delle iscritte, condizione indispensabile per una maggiore strutturazione della nostra presenza e iniziativa politica. Sappiamo bene di porci un obiettivo tutt’altro che facile dovendo fare i conti con una controrivoluzione che si è data come compito la disgregazione delle classi subalterne e la privazione di una loro autonoma rappresentanza politica. Tuttavia, guardando anche al successo della campagna del 2xmille, nostra convinzione è che ci siano non pochi margini di recupero e di crescita della nostra presenza organizzata, possibilità che  stiamo registrando in diverse realtà – basti solo l’esempio di Enna e Crotone – dove il partito si sta nuovamente insediando dopo essere venuto meno negli anni scorsi.
Ovviamente la crescita del partito necessita di un impegno e di una attenzione maggiore all’organizzazione delle nostre forze. A cominciare dal tesseramento che non va più considerato un impegno minore, un’appendice secondaria del lavoro politico. Per questo è bene che la campagna di iscrizioni 2016 parta per tempo, con un impegno concentrato all’inizio, non alla fine, dell’anno. Oltre a riprendere tutti i contatti in essere, la raccolta di adesioni, questa volta, va strettamente legata a un’iniziativa politica esterna. Torniamo a parlare fuori di noi. In questo la campagna “i soldi ci sono” – una campagna di controinformazione contro i luoghi comuni e le falsificazioni sulla crisi e le politiche di austerità – può e deve costituire per i prossimi mesi uno strumento di ricostruzione di un tessuto di relazioni e di organizzazione politica.
Infine, per questo lavoro di rilancio del tesseramento abbiamo bisogno non solo di uno scatto organizzativo ma di un recupero d’identità, di motivazioni, di senso del partito. Abbiamo bisogno di questo recupero, non certo con l’idea del partitino ideologico avvitato su se stesso, incapace di slancio politico, ma  tenendo insieme autonomia e unità, partito e schieramento alternativo, pensiero comunista e agire politico concreto, in rapporto stretto con i movimenti e i conflitti di società. In tutto ciò non solo non pensiamo neanche lontanamente di metterci in liquidazione. L’obiettivo che ci poniamo è di fare un salto in avanti, di farlo parimenti ad una scelta di apertura e di unità con le forze antiliberiste, stando in relazione con energie, soggettività, movimenti che sono fuori di noi. Per dire dell’importanza del lavoro che ci attende prendo a prestito le parole del compagno Gianni Alasia, scomparso pochi mesi fa, tratte dal suo bel libro “partito amato amaro partito”: “ho sempre creduto e tuttora credo al ruolo del partito, ruolo positivo che dà corpo alle idee, le fa camminare con le gambe e le teste di più uomini e donne”. Ecco per l’appunto ciò che dobbiamo fare. Dobbiamo cercare di dotarci di tante gambe e tante teste, accrescere la nostra soggettività militante per andare avanti e avere la possibilità di combattere con più incisività la nostra battaglia politica. Completiamo il tesseramento 2015, rilanciamo sul 2016.  Diamoci quest’obiettivo per affrontare al meglio il tema del rafforzamento del  partito e della sua presenza nella società.
*segreteria nazionale Prc-Se – responsabile organizzativo